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Jill Herlands scruta l’impossibile.

da | 25 Feb 2019

“Impossibile”,  per me, significa 2014.
Alla fine di quell’anno, infatti,  rientravo in Italia, dopo aver vissuto all’estero.
Un anno prima ero partita con una valigia piena di sogni (e 4 scatoloni di vestiti stipati nel bagagliaio della Clio + 5 spediti), immaginando di costruirmi una nuova vita e di non tornare mai più a Milano.

Fortunatamente le cose non andarono come avevo previsto e ebbi la saggezza di non ostinarmi nel far andare bene a tutti i costi –  e solo per principio –  una decisione che per me non andava affatto bene.
Così  colsi i segnali che l’Universo mi  aveva inviato sin dal primo giorno del mio arrivo – vere e proprie insegne luminose lampeggianti in puro stile Trafalgar Square –  ricaricai di nuovo i miei scatoloni nel bagagliaio della  Clio e tornai a casa.

Di lì a poco, a inizio 2015, avrei iniziato a frequentare il mio primo corso di oreficeria alla Scuola Orafa a Milano. Non sapevo nulla di oreficeria, non avevo alcun progetto in testa, nessuna aspettativa.
Sapevo solo che volevo realizzare quell’anello particolare, unico e straordinario che non riuscivo a trovare da nessuna parte.

Nel 2015 invece, dall’altra parte del mondo, lei creava la sua società e aveva già le idee molto chiare su ciò che avrebbe voluto fare.
A New York, nel quartiere di Hell’s Kitchen  imparava da sola (!!!!) i segreti dell’arte orafa, leggendo libri, spulciando nei forum dedicati e guardando video tutorial,  sperimentava con una mente aperta nuove possibilità accettando di correre gli inevitabili rischi connessi.

Jill Herlands usa materiali inusuali da abbinare al metallo prezioso: cemento leggero e resine, pietre ruvide e grezze, cercando di trasformare il metallo liscio in qualche cosa di organico che solo in apparenza sembra perdere le sue caratteristiche originarie.

Nella solitudine del suo studio, lei crea pezzi unici e non convenzionali.
Pezzi che a prima vista sembrano difficili da portare, quasi scomodi, ma che, una volta indossati, stupiscono per la loro vestibilità.
L’intento di Jill non è solo quello di creare un gioiello opera d’arte, una scultura artistica, ma è quello di scardinare la concezione attuale del gioiello per ridefinirlo, per creare un oggetto teso  a mostrare l’inaspettato, lasciando che siano i materiali grezzi e ruvidi, sua vera ossessione, a dettarne la forma e a definirne il processo di creazione.

Jill si lascia ispirare  dalla sua città, dove vive da sempre, dall’architettura  dei palazzi di New York, dall’acciaio dei grattacieli e dei ponti tesi verso il cielo  e dalla sua gente, lasciando che sia lei, la Grande Mela,  ad influenzarla completamente.  Nelle sue creazioni infatti si ritrovano  gli stessi contrasti, le  forme piene -ma anche i vuoti – che caratterizzano la città.
Una città perfettamente conosciuta che è però per l’artista sempre nuova e da scoprire, infinite città dentro la città dove c’è sempre qualcosa dietro l’angolo che non si è mai  visto prima.

Come non rivedere anche Milano in queste parole?
Come non ripercorrere con la memoria quei vicoli quasi angusti  e stretti del centro storico, che improvvisamente e inaspettatamente si aprono su piazze ariose circondate da monumentali palazzi e Chiese maestose?

Non potevo non innamorarmi immediatamente di questa artista – che ho scoperto per caso su Instagram – con cui condivido visione, opinione e sogni.
E soprattutto condivido con lei quella vena così anticonformista che è anche la mia, quell’atteggiamento verso la vita che spinge sempre entrambe  a decidere con la propria testa, rifuggire da tutto ciò che è mass market, anche e soprattutto nel gioiello.
Quel cercare a tutti i costi di creare sempre qualcosa di unico per non ripetersi e ri-copiarsi mai.
Quella voglia di sperimentare che si traduce poi nel voler guardare all’universo con curiosità  immaginandolo  come un grande contenitore di infinite possibilità.

Le sue creazioni, così importanti e strutturate, riflettono indubbiamente il carattere di questa artista libera e indipendente che per molti aspetti, e non solo artistici, mi assomiglia molto:

“I believe that post mid-century jewelry has always been standardized, and that there is too much mass marketed jewelry and too many women following what others are wearing instead of showing off their unique selves. Single edition or one-off jewelry is coming into its own and is now valued for its uniqueness and art-like quality. My work has always been about what moves me, what inspires and elicits emotion. I don’t follow trends and instead, view the metal as a sculptural material were experimentation of technique can lead to new discoveries. The reaction from the consumer to my work is emotional.

Jill Herlands

“Credo che i gioielli, soprattutto a partire dalla metà del secolo scorso siano sempre stati standardizzati, e che ci siano troppi gioielli commercializzati in massa e troppe donne che seguono ciò che gli altri indossano invece di mostrare la loro personalità unica.
L’edizione singola o il pezzo unico sta entrando in una sua propria prospettiva e ora è finalmente stimato per la sua relativa unicità e qualità artistica. Il mio lavoro è sempre stato focalizzato su ciò che mi commuove, ciò che mi ispira e che suscita emozioni. Non seguo le tendenze e, invece, considero il metallo come un materiale scultoreo dove la sperimentazione della tecnica può portare a nuove scoperte. La reazione delle persone, quando vedono il mio  lavoro è di tipo emotivo ed emozionale.”

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