Il Fallimento è OK.

da | 11, Nov, 2019

Recentemente a Milano si è svolto il WOBI – World Business Forum e io, grazie alla mia azienda, ho potuto farci un salto.

Fra gli ospiti c’era il fondatore di Wikipedia che ha raccontato la sua storia personale e gli insegnamenti che di volta in volta ha tratto dalle sue vicissitudini.

LUI avrebbe potuto decidere di parlare unicamente del grande successo della più grande e conosciuta enciclopedia online che ha creato, i suoi numeri, il tasso di engagement, la creazione degli articoli da parte degli utenti e il suo ruolo determinante nella costruzione del sapere condiviso a cui oggi tutti siamo abituati.
Invece ha deciso di raccontare tutti i progetti e le idee imprenditoriali che ha cercato di lanciare PRIMA di Wikipedia.

Progetti e idee che per un motivo o per l’altro si sono trasformati in fallimenti.

E, diciamoci la verità:
Failure SUCKS!
Soprattutto in Italia dove un fallito è un fallito.

Uno che nell’immaginario comune – siccome ha già toppato una volta – non potrà mai più combinare nulla di buono.

Fallire è spesso costoso, sicuramente frustrante, affossa l’autostima ma soprattutto getta sul “fallito” un’ombra sinistra.
Per non parlare dell’esposizione alla pubblica ignominia.
Il nome delle aziende e degli imprenditori che falliscono viene pubblicato sui portali dei Tribunali delle varie città e anche sui portali del credito consultabili da chiunque.
Inoltre – mi ricordo benissimo – negli anni ’90 quando internet ancora non esisteva – ci si poteva abbonare al “Bollettino dei Fallimenti” che era un giornalino cartaceo che conteneva il compendio dei nomi di privati e aziende che erano incappati negli ultimi mesi nella disgrazia dell’insolvenza e nella dissoluzione della loro attività economica.

Insomma, raramente fallire appare essere solo una tappa del favoloso viaggio dell’esistenza e, davvero, non ho mai visto nessuno saltare di gioia quando le cose non vanno per il verso giusto.

Ma il fallimento non è solo imprenditoriale, ha diverse nature: ad esempio il fallimento affettivo di una relazione che è naufragata e non è più recuperabile, il fallimento sportivo, quello professionale in cui non si sono raggiunti i propri obiettivi o non si è stati in grado di garantire certe performance.

Ecco, io negli ultimi mesi mi sono interrogata proprio sul fallimento professionale.

Esattamente un anno fa ho cambiato identità e ruolo all’interno della mia azienda, lasciando il mio lavoro nel Servizio della Comunicazione Interna per entrare nelle Human Resources della nostra Divisione Internazionale delle Banche Estere.

Sapevo che si sarebbe trattato di un lavoro completamente diverso, dove non avrei più potuto creare mondi con immagini e parole ma, di contro, avrei avuto un lavoro più tradizionale e immerso nell’attività della mia azienda, perché stare alla finestra e raccontare quello che facevano gli altri non mi bastava più.

Eppure, nonostante il mio impegno, il mio cuore continuava a restare legato ai temi della comunicazione, dello storytelling, del public speaking, degli articoli di giornale e dei video che giravo e scrivevo solo un anno fa.

Ad un certo punto il mio malessere è diventato quasi fisico e anche così evidente, che non ho potuto fare altro che ammettere con me stessa il fallimento della mia scelta professionale e chiedere aiuto per concordare una soluzione.

Però in questi mesi mi sono anche chiesta se davvero questa esperienza debba essere considerata “solo un fallimento” oppure  se, scavando sotto l’apparenza, ci siano altri significati possibili.

Così ho stilato una delle mie solite liste dei pro e cons e, rileggendola, ho scoperto che ci sono molte cose che di me non conoscevo (cosa alquanto irritante dal momento che io sono una Filosofa e soprattutto una ferma sostenitrice di una delle affermazioni dei Sette Savi iscritte sul tempio di Apollo: “Conosci te stesso”).

Nell’ordine ho scoperto:

  • di non poter vivere senza esercitare la mia fantasia e la mia creatività, anche se si tratta del più classico “9 to 5 job“;
  • non sono tagliata per le attività di gestione e la precisione richiesta dai report di fogli Excel e statistiche;
  • le regole troppo rigide mi soffocano;
  • la comunicazione non diretta e troppo “politica” mi irrita;
  • idem la burocrazia, intesa a qualsiasi livello;

ma soprattutto ho capito che la mia strada professionale, l’unica e possibile per me, è quella legata ai temi della comunicazione.

A me piace “fare cose con le parole”

Dopo aver raggiunto queste consapevolezze ho deciso anche di mettere in fila tutte le cose che ho imparato durante questo anno tostissimo:

  • il mio inglese ha fatto un enorme salto di qualità. Essendo una divisione internazionale ho dovuto parlare e scrivere in inglese praticamente ogni giorno;
  • ho capito le logiche aziendali sottostanti certe scelte – all’apparenza illogiche – che per circa venti anni sono rimaste per me un grande e inesplorato mistero:
  • ho imparato – mio malgrado e con una fatica tremenda perché non è proprio nelle mie corde – ad essere più diplomatica. Qui devo ringraziare alcuni colleghi che con pazienza mi hanno spiegato le regole del gioco, ignorando i miei segnali di insofferenza.

Con questo esercizio il mio atteggiamento verso il fallimento è radicalmente cambiato e ho fatto pace non solo con “LUI” ma anche e soprattutto con me stessa.

Sono arrivata insomma alle stesse conclusioni di Jimdo, Jimmy Donald Wales, che al Wobi mi ha fatto capire che fallire è solo un altro modo di capire come non avere successo, fa parte della vita e può anche essere divertente.

Infatti collezionare una serie di esperienze negative e insuccessi, permette di collezionare anche un bel set di informazioni e istruzioni tecniche su COME NON AVERE SUCCESSO.

Conoscenze che mancano a chi, per esempio, ha avuto successo al primo colpo.

Insomma, si hanno più frecce al proprio arco e una corazza più dura che nel caso, sarà determinante nell’affrontare meglio e con uno spirito diverso eventuali altre delusioni e insuccessi futuri.

Ma ancora il segreto per essere OK di fronte a qualcosa che non va per il verso giusto è anche riuscire a cogliere il lato divertente e gli aspetti positivi di quello che si sta cercando di realizzare fino ad arrivare a non avere neanche più la consapevolezza di essere o meno sulla strada giusta per il successo.

E  chissenefrega del giudizio degli altri!
O anche del proprio giudizio su sé stessi.
Perché lasciarsi influenzare da pensieri e giudizi negativi significa anche non permettere più a sé stessi di prendersi dei rischi creativi, quelli che hanno più probabilità di dimostrarsi determinanti per raggiungere i propri obiettivi.

Quegli stessi rischi che mi prendo quando creo un nuovo anello e non so se questo piacerà solo a me o anche ad altre donne.

Un anello che però non potrei mai creare se restassi bloccata nella paralisi dell’analisi.

E se poi non dovesse piacere a nessuno tranne che a me?
PAZIENZA!

Siccome quello che faccio non è strettamente legato ad incredibili prospettive di guadagno ma ha come obiettivo principale quello di diffondere la mia personale idea di bellezza unica e ruvida…
WHO CARES?

Creare i miei gioielli di notte o nel mio tempo libero mi rende felice e mi appassiona, così come mi appassionava scrivere articoli, organizzare eventi e fare video nella mia vecchia Corporate Life.

E questa è la mia vita.

Sia che si svolga dalle 9 alle 19 in un ufficio o dalle 21 alle 3 di mattina nel mio laboratorio.

E tu che ne pensi?

Hai mai vissuto situazioni che non sono andate come ti aspettavi?
E come le hai affrontate?
Quale è la lezione che hai imparato?

Se vuoi scrivimelo nei commenti!!!​