Marlene Dietrich: l’Angelo Azzurro

Marlene Dietrich: l’Angelo Azzurro

Marlene Dietrich: l’Angelo Azzurro

Immagina un Alfred Hitchcock attonito mentre si sente dire dal leggendario Angelo Azzurro in persona:

“No Dior, No Dietrich.”

Fu proprio quello che nel 1950 il famoso regista si sentì dire da Marlene Dietrich durante le trattative per il film “Stage Fright” (Paura in Palcoscenico): la diva avrebbe accettato di recitare in quel film solo se gli abiti fossero stati disegnati dalla famosa maison francese.
Non sappiamo come reagì Hitchcock , ma il regista dai modi sornioni accettò di soddisfare questa richiesta che a lui dovette apparire abbastanza stravagante.
Hitchcock, infatti,  sapeva bene che la presenza della diva, unita ad una certa percentuale di glamour da “haute couture”, non avrebbe fatto altro che contribuire a rendere il suo film un grande successo.

 Le donne erano affascinate da lei e gli uomini erano ammaliati dal suo fascino: spregiudicata, atea e dichiaratamente bisessuale,  dotata di un ambiguo erotismo androgino, fu il regista  Josef von Sternberg  a notarla e a sceglierla per il ruolo di Lola-Lola, la cantante di cabaret in calze nere a rete de L’Angelo Azzurro, film che la consacrò diva indiscussa e per cui Marlene Dietrich disegnò lei stessa i costumi.
Questo film sancì il sodalizio artistico tra la diva e il regista che la convinse anche a  farsi estrarre  quattro molari (!!!) e ad affrontare una dieta ferrea per ottenere un aspetto più “drammatico”.

La stampa di Berlino, subito dopo la prima della proiezione del film, l’aveva già proclamata una star,  ma l’attrice  si trovava già sul transatlantico che la portava in America, in fuga dalla Germania nazista.
Marlene Dietrich non tornò mai più nel suo paese natale e proprio per questo fu accusata di tradimento dai suoi compatrioti.

Durante la traversata oceanica Marlene incontrò il costumista Travis Banton, con cui iniziò una proficua collaborazione professionale che durò per tutta la sua vita.
Fu lui a scattarle la famosissima fotografia che la ritrae vestita da yachtman, una foto che venne poi diffusa dalla Paramount Pictures che defininì l’attrice come:
“La donna che perfino le donne possono adorare”.
 E pensare che proprio la Paramount aveva cercato invano di proibirle di indossare i pantaloni!
In quegli anni, infatti, per una donna indossare vestiti maschili era un atto davvero sovversivo.

Il suo successo, il suo carisma e il suo charme sono noti a tutti.
Pochi invece conoscono la passione per i gioielli che Marlene Dietrich nutriva sin da quando era piccola: la madre infatti possedeva, nella Berlino degli anni venti, una gioielleria nella strada più alla moda della capitale.
Nota anche per il suo gusto impeccabile, Marlene creò un vero e proprio fashion style dove i gioielli giocavano un ruolo fondamentale.

Fu una abile collezionista: molti dei suoi gioielli le furono donati da ammiratori o amanti oppure commissionati da lei stessa a gioiellieri di grande fama come Paul Flato, Fulco di Verdura, Mauboussin e Van Cleef & Arpels.
Marlene era l’eccezione, una mosca bianca che non passava certo inosservata nella Hollywood dell’epoca che, al contrario, prediligeva gioielli dal design sfarzoso che montavano enormi pietre (false).
La diva amava essere controcorrente e fuori dal coro, unica, imitata ma inimitabile, indipendente e sicura di sè, non esitava a rompere le convenzioni della sua epoca e a pensare con la propria testa. Dall’indossare i pantaloni al suo prendere le distanze dal regime nazista,dimostrò sempre molto coraggio nell’esprimere le sue opinioni e nel seguire le sue passioni.

Marlene Dietrich era così ossessionata dallo stile che spesso, prima di firmare un contratto per una nuova produzione pretendeva di scegliere personalmente i gioielli che avrebbe dovuto indossare.

Non furono rare le volte in cui fece ricorso alla sua magnifica collezione personale che è possibile ammirare in molti dei suoi film di grande successo.
Non si separava mai dai suoi gioielli neanche durante gli incontri con capi di stato e i personaggi celebri dell’epoca.

Nella sua collezione spicca un bracciale jarretière di rubini e diamanti che  fu commissionato dall’attrice alla maison di gioielli Van Cleef & Arpels.

Fu l’amico e collega del tempo Erich Maria Remarque a suggerirle di combinare per crearlo vari gioielli di sua proprietà, che vennero così fusi, combinati e lavorati  per creare questo pezzo unico, un iconico bracciale  considerato un capolavoro del design degli anni ’30.
Il gioiello fu sfoggiato dalla Dietrich non solo nelle svariate foto dell’epoca ma anche nei suoi film, tra questi anche il famoso  film di Alfred Hitchcock, indossato sopra i completi di Dior).

Ma nell´America dell´immediato dopoguerra, a conflitto terminato, il mood e l’atmosfera hollywoodiana presto cambiarono.
L’ostentazione del lusso non era  più appropriata e così Marlene, anche per ragioni di sicurezza, rinchiuse la sua collezione nella cassaforte di una banca.

Il periodo degli abiti sfarzosi, delle paillettes e dei diamanti per l’attrice era definitivamente terminato, complice anche una non proprio florida situazione finanziaria che la costrinse a vendere alcuni dei suoi gioielli.

Nel 1987, a 86 anni, Marlene Dietrich mise all’asta da Christie’s otto pezzi della sua collezione che furono venduti per un totale di 81.500 dollari.

La diva si spense  a Parigi nel 1992, all’età di 90 anni.
Della sua famosa collezione il gioiello più iconico e conosciuto è sicuramente quel famoso bracciale di rubini e diamanti, il capolavoro di Van Cleef & Arpels,  che fu venduto all’asta da Sotheby‘s per 990.000 dollari ad  un collezionista privato.

Solo i diamanti – e anche qualche rubino – sono per sempre.

La ragazza della Polaroid

La ragazza della Polaroid

La ragazza della Polaroid

Senza Maripol i crocifissi sarebbero ancora solo nelle chiese o appesi ai muri.
Non li avremmo mai visti ciondolare dalle catenine a pochi centimetri dall’ombelico scoperto, oppure ingigantiti, ostentati, purtroppo dissacrati, anche se impreziositi da una tempesta di Swarovski del valore di 2.000.000 di dollari.

Diciamola tutta: se non fosse stato per Maripol, Madonna non sarebbe stata neanche bionda.
Del resto la scelta dell’immagine per l’album Like a Virgin fu un vero colpo di genio.

Ma fu IL colpo di genio di Maripol, non di Madonna.
Fu il colpo di genio di un’artista francese, nata in Marocco e approdata nella New York super creativa degli anni ’80.

La Maripol di allora si chiamava in realtà Maripol Fauque, ma era conosciuta da tutti come “la ragazza della polaroid”.
Sì, perchè il suo accessorio preferito, indossato come una collana, era la mitica macchinetta fotografica istantanea da cui non si separava mai e con cui fotografava i personaggi alla moda che lei stessa aveva creato.

Maripol.
Quella che distrusse la moda per poi ricrearla da sé.

C’era lei dietro alle novità estetiche più cool, innovative e anticonformiste degli anni Ottanta, lei era la talent scout di artisti come Cher, Grace Jones, Keith Haring e ovviamente Madonna.

Ma era anche una straordinaria organizzatrice di eventi; le feste più iconiche di sempre della New York dalla vita notturna, febbrile e coloratissima di quegli anni si devono a lei.

Una New York che stava attraversando la transizione dalla disco degli anni settanta alla hip hop e alla new wave degli anni ottanta..

Maripol era l’icona dietro le icone che con la sua polaroid ci ha regalato un pezzo di storia newyorkese nel suo periodo più glamour e creativo, dove arte, moda e musica si susseguivano in un percorso circolare e che lei documentava anno dopo anno con la sua inseparabile macchinetta istantanea.

Ma torniamo a Madonna.

Fu Maripol a convincere la futura rockstar a non dar retta ai discografici che, per la copertina del suo singolo, volevano imporle un look molto italiano e molto dark: una vergine mora dalle labbra rosse.

Senza mezzi termini LEI le disse:

“Non se ne parla, ti fai chiamare Madonna, chi crederà che sei vergine?
Semmai dovrai dare l’idea di una che vuole rifarsi una verginità”.”

Sempre sua l’idea di vestirla con pizzi, calze strappate e smagliate e una pletora di crocifissi, catene e braccialetti in gomma.
Uno “stile” che influenzò milioni di adolescenti nel mondo..

Era nata un’altra Madonna, prepotente e trasgressiva, una Madonna che sapeva quello che voleva, che sapeva come prenderselo e che era destinata ad entrare nel mito.

Quando Zara e H&M non esistevano neanche come idea in fase embrionale, Maripol era già fermamente convinta del valore e delle potenzialità della fast fashion.
Fu sempre lei a capire, prima di chiunque altro, che l’identità di una popstar potesse diventare prodotto di massa.

“Credo nel mercato di massa, nei prezzi bassi.
Gli americani sono come agnelli, se sei un trascinatore ti seguono in massa.
Voglio che ogni ragazzina che ami Madonna possa permettersi qualcosa che lei indossa, voglio che si senta come se stesse comprando una parte di lei”.

Di Madonna, Maripol ha sempre detto:

“È una che ascolta, è intelligente, sa di chi fidarsi.”

E così quando Susan Seidelman scritturò la diva per il ruolo di protagonista in “Cercasi Susan disperatamente”, nel 1985, fu Maripol a “ordinare” a Madonna di intervenire sulla sceneggiatura e soprattutto sui costumi.

“È un’occasione unica, non puoi sprecarla”.

E nonostante le proteste della co-protagonisa Rosanna Arquette, oltre alla sceneggiatura, anche tutto il guardaroba – compresi gli accessori – venne rifatto e realizzato secondo i desideri della rockstar (e di Maripol).

Maripol era arrivata a New York nel 1976 a 20 anni, con l’idea di restare solo tre mesi e poi ritornarsene a casa. Restò invece nove mesi e quando finalmente tornò, la vecchia Europa non le sembrò più la stessa.

Dopo aver conosciuto la travolgente ed esplosiva energia creativa di Manhattan, il vecchio continente le sembrava pigro, sonnolento e insopportabilmente stantio.

Lei era stata alla corte di Andy Warhol, quando l’epoca della Factory era già passata.
La grande mela in cui era arrivata Maripol era una New York decadente, una bancarotta con la colonna sonora della disco music, che aveva appena scoperto una nuova droga: la cocaina.

Ma nel mezzo e nel mentre della città in decadenza, c’erano anche le feste più cool e più belle del mondo, come quelle del leggendario Studio 54 dove, se non si aveva il look adatto, non si entrava.

Lì, in una stanza appartata, Oliviero Toscani scattava le sue foto per Vogue. Lui ritrasse la ragazza con la polaroid con una gonna di raso nero che si era confezionata da sola.

Da brava stilista e designer aveva già capito come dettare mode e tendenze.

La svolta arrivò grazie alle sculture da indossare, gli accessori e i gioielli ricavati da materiale di scarto industriale che lei creava e che la condussero direttamente al genio creativo di Elio Fiorucci, simbolo di quella modernità metropolitana.

Lui le mise in mano un biglietto aereo con destinazione MONDO e le disse di tornare con idee e collezioni.

Fu l’inizio di un rapporto collaborativo durato anni, lei infatti divenne direttore creativo del mitico Fiorucci store di New York.

Marc Jacobs l’avrebbe incontrata solo decenni più tardi, e le avrebbe chiesto di realizzare per il suo brand una serie di accessori da mettere in vendita nelle boutique del Village.

Dietro croci e le provocazioni c’era sempre lei, Maripol,con la sua Maripolitan, l’azienda di design che la stilista aveva fondato dal momento che non riusciva a trovare accessori e vestiti che andassero bene per i suoi progetti artistici fotografici.

Cosa c’era di meglio se non crearseli da sola?

Madonna divenne la sua testimonial, la sua brand ambassador, molti dei pezzi indossati dalla rockstar divennero dei classici degli anni 80:  i braccialetti e crocifissi di gomma indossati per il video e la copertina di Like a Virgin divennero popolarissimi: non c’era adolescente al mondo che non ne indossasse almeno uno.

I fans non lo sapevano, ma all’ufficio immigrazione la cosa era ben nota e gli impiegati le rifiutarono più di una volta il visto di ingresso.

Nel 1986 fu Andy Wharol a scrivere personalmente al Bureau of Immigration:

“Maripol è una disegnatrice di talento che ormai è parte integrante della scena artistica e del fashion business di New York City”

così come fece anche Madonna.

Ma contro la burocrazia solo gli Studi Legali hanno il potere.

Quando Maripol riuscì finalmente a rientrare nel suo studio newyorkese scoprì che i suoi collaboratori l’avevano derubata di tutto: soldi, clienti e soprattutto idee. Non si perse d’animo e ricominciò daccapo come freelance.

Dopo aver chiuso la Maripolitan, Maripol continuò a il suo percorso nel campo artistico lavorando come stilista per i video di Cher, Mylène Farmer, Luther Vandross ed Elton John, disegnò anche una collezione di gioielli e t-shirt per Marc by Marc Jacobs.

Dior, Valentino, Hugo Boss e molti altri si avvalsero della sua collaborazione per scattare shooting e documentare le loro creazioni e le loro sfilate con la fedelissima Polaroid.

A distanza di anni i suoi scatti vengono ancora oggi esposti nelle mostre dei più grandi musei d’arte moderna e contemporanea al mondo: il MoMA, alla Fondazione Cartier, al Brooklyn Museum, al Museo d’Arte moderna a Parici e al  Guggenheim Bilbao.

Audrey Hepburn: CHIC al di là del tempo

Audrey Hepburn: CHIC al di là del tempo

Audrey Hepburn: CHIC al di là del tempo

«Per avere occhi belli, basta guardare come se si stesse cercando una cosa bella;
per labbra splendide, basta dire solo cose splendide;
e per la posa, l’importante è camminare come se non si fosse mai sole.»

Tubino nero, filo di perle lungo e attorcigliato, occhialoni da sole maxi..
Basta poco per pensare immediatamente a lei: Audrey Hepburn.
Icona fashion per eccellenza è ancora oggi considerata una delle donne più eleganti del mondo.

Chic oltre l’inimmaginabile.

L’immagine di Audrey Hepburn in outfit Givenchy, brioche e cappuccino prêt-à-porter mentre cammina per le strade di una semi deserta e ancora addormentata New York, sognando ad occhi aperti davanti alle vetrine della gioielleria più famosa della città, fa ormai parte della nostra memoria collettiva.
Per noi infatti, istintivamente, Audrey Hepburn sarà per sempre Holly Golightly di “Colazione da Tiffany”.

Ironia della sorte per Audrey non fu affatto facile interpretare quel personaggio.
L’attrice infatti confessò:
«Sono un’introversa. Interpretare una ragazza estroversa è stata la cosa più difficile che io abbia mai fatto».

Una “cosa difficile” che però le riuscì benissimo, dal momento che questa interpretazione le valse un’altra nomination agli Oscar.

La gioielleria Tiffany, contrariamente a quello che si potrebbe immaginare, non ha solo ruolo di location nel film: le sue vetrine sono un vero e proprio punto focale della trama.
Il marciapiede delle vetrine di Tiffany, infatti, era l’unico posto in cui Holly riusciva a dimenticare i suoi problemi e le sue inquietudini.

Ma Audrey non è ricordata solamente per questo film che, tuttavia, contribuì a rendere indimenticabile il suo fascino per i decenni successivi fino ai giorni nostri. A soli 24 anni aveva già vinto l’oscar per “Vacanze Romane” dove era la Principessa Anna, mentre l’anno successivo era Sabrina, la timida e goffa  ragazzina che, dopo un breve soggiorno a Parigi torna trasformata in una splendida e giovane donna dallo charme che non passa inosservato.

Fu Givenchy a disegnare la maggior parte dei costumi indossati dalla diva per questo film, dando inizio ad una amicizia che durerà tutta la vita.

Quando lo stilista la incontrò per la prima volta presso il suo atelier parigino, era convinto di dover incontrare un’altra Hepburn al tempo molto più famosa.
La sua delusione però non durò molto, Givenchy infatti rimase completamente affascinato dall’originale senso dello stile della giovane attrice che, per l’occasione, aveva indossato un cappello di paglia da gondoliere con la scritta “Venezia’.
Lo stilista fu anche molto impressionato dalla silhouette à la garçon  di Audrey, lei di contro accettò subito di provare alcuni capi campione della collezione Primavera Estate 1953.
Audrey era alla ricerca del guardaroba perfetto per interpretare “Sabrina” e aveva personalmente scelto Givenchy dal momento che lo riteneva essere “il couturier più giovane, nuovo e interessante del momento”.

Il legame tra i due si trasformò in un legame che andò molto oltre il sodalizio sartoriale:  mentre le loro carriere decollavano, la loro amicizia andava trasformandosi “in una sorta di matrimonio”, o almeno così la descrisse Givenchy. Questa coppia dal look squisitamente glamour veniva spesso fotografata mentre cenava insieme nei locali di Parigi, alle feste romane o alle serata di gala.

Audrey Hepburn si affidò alle abili mani e al gusto di Givenchy per alcuni dei momenti più importanti della sua vita privata, come le sue seconde nozze nel 1969, dove indossò un mini abito color rosa tenue abbinato a un foulard dello stesso colore realizzati dallo stilista.
Il rapporto di fiducia che li legava era tale e così forte che lei lo nominò suo legatario testamentario prima della morte avvenuta nel 1993.

Audrey Hepburn - Colazione da Tiffany
Audrey Hepburn - Colazione da Tiffany
Audrey Hepburn - Colazione da Tiffany
Audrey Hepburn - Colazione da Tiffany
Audrey Hepburn - Colazione da Tiffany
Audrey Hepburn - Colazione da Tiffany
Audrey Hepburn - Colazione da Tiffany

Ma Audrey Hepburn aveva un suo stile anche al di fuori della luce dei riflettori.
In casa indossava solo scarpe basse, ballerine o mocassini.
I pantaloni erano rigorosamente a sigaretta, stretti e affusolati per sottolineare la sua linea invidiabile e corti per evidenziare le caviglie sottili.
Non mancavano mai nel suo armadio le camicette a maniche corte, morbide bluse e soffici maglioni che indossava per rilassarsi sul divano leggendo un giornale. 

Tutto in lei era eleganza, sobria e mai sguaiata, tenue e delicata senza essere mai stucchevole o anche rigida o pedante.
Il suo era uno stile essenziale che però attribuiva grande importanza ai dettagli e agli accessori che Audrey amava e che usava con grande originalità, per ravvivare un cardigan bianco, ad esempio, l’attrice si affidava sempre al classico (e lungo) filo di perle.

Uno stile ancora oggi intramontabile, un po’ maschile e un po’ femminile, fedele al look garçonne che Givenchy aveva immaginato proprio per di lei.

Audrey Hepburn era naturalmente elegante, forse grazie al portamento che le avevano regalato gli studi di danza che aveva frequentato al Conservatorio di Arnhem, in Olanda, e se problemi di salute non l’avessero costretta a rinunciare a questa passione per dedicarsi alla recitazione, forse Audrey non sarebbe la Audrey Hepburn che ricordiamo.

E in un certo senso ci fu il rischio che Audrey non diventasse l’attrice e l’icona di stile che conosciamo, infatti per il suo primo grande successo “Vacanze Romane” la casa di produzione aveva intenzione di scritturare Elizabeth Taylor per il ruolo della Principessa Anna.
Il regista però alla fine scelse lei ed ecco il perché:

«All’inizio recitò la scena del copione, poi si sentì qualcuno gridare “Taglia!”, ma le riprese in realtà continuarono.
Lei si alzò dal letto e chiese, “Com’era? Sono andata bene?”
Si accorse che tutti erano silenziosi e che le luci erano ancora accese.
Improvvisamente, si rese conto che la cinepresa stava ancora girando…
Aveva tutto quello che stavo cercando, fascino, innocenza e talento.
Inoltre era molto divertente. Era assolutamente incantevole, e ci dicemmo, “È lei!”»

E fu così che iniziò il mito.

Ancora oggi la sua immagine è riprodotta ovunque: gadget, poster, t-shirt, innumerevoli pubblicazioni e  libri fotografici che ne raccontano la biografia. La sua immagine ricompare in ogni classifica delle donne più eleganti del mondo, di ieri e di oggi.

Audrey Hepburn è il paradigma dello stile composto e raffinato, privo di ostentazione.
Un’eleganza che, si dice, comincia dallo sguardo.

E diciamocelo: chi  nelle giornate di pioggia, con addosso il più classico dei trench impermeabili, non si è mai sentita un un po’ Holly alla disperata ricerca del suo gatto?

Audrey Hepburn
Audrey Hepburn
Audrey Hepburn
Audrey Hepburn in teatro
Audrey Hepburn sul set del fil Sabrina
Audrey Hepburn a casa
Audrey Hepburn a casa
Audrey Hepburn in sfilata
Audrey Hepburn makeup
Audrey Hepburn ritira l'oscar
Audrey Hepburn
Audrey Hepburn a casa
Audrey Hepburn - Sabrina
Audrey Hepburn a casa

Bette Davis: il Brutto Anatroccolo

Bette Davis: il Brutto Anatroccolo

Bette Davis: il Brutto Anatroccolo

“Hai il fascino di Stanlio e Ollio messi assieme, ma ti prendo per il tuo talento.
Jack Warner

Voce gutturale e profonda, uno sguardo tagliente e indimenticabile che poteva arrivare anche a sciogliere il vetro.
Lei stessa, poi, si è sempre definita una “testa matta”.

I suoi divorziarono quando aveva solo sette anni e la madre, fotografa, fu costretta a riprendere a lavorare per mantenersi.
Però fu costretta a mettere lei e la sorella in collegio.

Studiò danza con la grande coreografa Martha Graham e scoperse proprio in quegli anni la passione per la recitazione.

Bette Davis Imparò a recitare in un’epoca in cui i produttori lanciavano nello star system solo bionde dal fascino irresistibile.

Lei, che non era affatto la classica bellezza dell’epoca, divenne comunque una delle più grandi attrici della storia di Hollywood.
Era una diva bizzarra, imprevedibile, ironica e provocatrice.
Spesso anche graffiante e soprattutto una diva odiata dalla schiera dei suoi colleghi che si trovavano comunque, loro malgrado, costretti ad ammirarne la bravura.

Determinata a voler inseguire i suoi sogni Bette Davis, per potersi permettere gli studi di recitazione, lavorò come cameriera e posò nuda per la scultrice Anne Coleman Ladd, mentre già si doveva misurare con il talento di Katharine Hepburn e Lucille Ball, sue compagne di corso.

La futura diva esordi a Broadway a soli 21 anni e cominciò a collezionare una serie di ruoli importanti che non passarono certo inosservati ai dirigenti della Universal Studios che la chiamarono a Hollywood, perché lei era

“Bruttina, certo, ma troppo brava per lasciarla al teatro”

Così Bette Davis, accompagnata dalla madre, presero il treno per  recarsi agli Studios, ma quando arrivarono con loro stupore non trovarono nessuno ad attenderle. Seppero dopo che l’incaricato che aveva appuntamento con loro aveva aspettato ma se ne era andato perché non aveva visto arrivare nessuno che “sembrasse un’attrice”.

L’inizio, con queste premesse, non fu affatto facile: le prime audizioni non andarono bene e i produttori decisero allora di utilizzare Bette come partner per i provini ad altri attori.

“Ero la vergine più yankee dell’est, la più modesta che abbia mai camminato sulla terra, mi hanno messo su un divano e ho testato quindici uomini … tutti dovevano giacere sopra di me e darmi un bacio appassionato. Oh, pensavo che sarei morta. Pensavo solo che sarei morta”.

Incredibilmente Bette venne respinta anche ad un secondo provino: la vestirono in fretta con un costume inappropriato per il ruolo che doveva interpretare.
Era un costume con una scollatura troppo profonda che fece esclamare al regista ad alta voce:
“.. queste dame che  mostrano il loro petto e pensano di poter ottenere un lavoro..”

Ma lei era un brutto anatroccolo che aveva un’arma segreta: due  “occhi deliziosi”.

Bette Davis

Fu proprio quel suo sguardo così particolare a farle ottenere un ruolo nel suo film d’esordio “The Bad Sister” dove recitò al fianco di Humprey Bogart,  pellicola che finalmente la rese nota alla critica e al pubblico.

Da quel momento in poi Bette legò il suo mito ai personaggi femminili che interpretò: donne difficili, decise e coraggiose, personaggi drammatici, sentimentali e morbosi.

Il produttore David Griffith, scrisse di lei:

«Bette non è un’attrice come le altre. Che ci rivoltino con la loro crudeltà o ci commuovano con le loro virtù, i suoi personaggi hanno qualcosa che ce li rende sempre e comunque affascinanti».

Decisa e caparbia anche per le scelte che impose alla produzione: l’abito rosso che volle assolutamente indossare in Jezebel, contro il parere di tutti, si rivelò essere una scelta azzeccatissima oltre che rivoluzionaria:

«Lo volli io quell’abito rosso.
Mi impuntai sul colore, e alla fine ottenni quello che volevo.
Mi dicevano che il pubblico non avrebbe mai accettato una ragazza al suo primo ballo in vestito rosso. “
Piacerà a dieci milioni di donne, vedrete”, risposi io.
E il gradimento del pubblico fu la mia grande vittoria.
Andò di moda, per decenni, l’abito rosso per le giovani debuttanti in sala da ballo.
Chiesi di poterlo portare a casa poi, quell’abito di scena, a conclusione delle riprese.
Non lo indossai in privato, ma lo conservai per anni in guardaroba, come si conserva un oggetto prezioso.
Era tra i ricordi più belli della mia vita di attrice».

Bette era sempre pronta ad interpretare sullo schermo le istanze femminili e a dare voce e corpo ai desideri delle donne con i suoi personaggi.

Fu all’avanguardia anche nella scelta dei personaggi da interpretare, infatti in quegli anni molte attrici erano titubanti nell’interpretare personaggi negativi o crudeli, e spesso decidevano di rifiutare questo genere di ruoli.

Bette invece aveva capito che interpretare ruoli di donne diaboliche era una grande opportunità, un’occasione unica  per mostrare al mondo la versatilità delle sue doti recitative. Dalla sua ebbe anche la fortuna di incontrare registi che, fidandosi della sua intelligenza e del suo istinto, le lasciavano grande libertà interpretativa: ad esempio la assecondarono quando insisté per non essere truccata durante la scena della sua morte nel film “Schiavo d’Amore”.

“Le ultime fasi di consumo, povertà e abbandono non sono carine, e volevo essere convincente.”

raccontò lei, per spiegare la sua scelta.

Bette Davis Smokes

Le sigarette erano “la sua firma”: non erano solo accessori, compagne di scena e di vita, che le conferivano classe, erano l’estensione del suo sé, come se la sua personalità già dirompente dovesse avere bisogno di un ulteriore rinforzo. Nella sua biografia infatti si legge:

“Le sigarette erano per Bette Davis ciò che una bottiglia di Southern Comfort era per Janis Joplin o una camicia nera mezza sbottonata era per Tom Ford: un accessorio mondano elevato per pura forza di personalità al livello di un autografo stilizzato”.

Bette Davis ha usato il fumo in un modo che nessuno aveva mai visto prima: lo aveva trasformato nella sua firma artistica.

Recitò in novanta film, dieci nomination, due Oscar, una coppa Volpi a Venezia, molti amori, 4 mariti e 4 divorzi tre figli (di cui due adottati) e una vita difficile, nonostante la fama.

Bette era una donna forte, con un carattere deciso e una personalità arrogante. Seppe sempre canalizzare e sfruttare il suo dolore, le sue  ferite emotive e la sua disperazione nella recitazione, sempre disposta a tutto per intrepretare al meglio la parte, incurante del suo aspetto fisico, in un’epoca in cui la bellezza per una attrice era TUTTO,  come quando si rasò l’attaccatura dei capelli e le sopracciglia e si trasformò in una maschera di cera per interpretare l’anziana Elisabetta I d’Inghilterra.

A differenza delle dive del periodo che volevano assicurarsi di apparire sempre perfette sullo schermo e fuori dallo schermo, snervando la troupe per ottenere un’illuminazione migliore, mantenendo una routine di bellezza quasi militare e insistendo per ottenere un trucco pesante, Bette non fu mai schiava dell’estetica, preferendo dedicarsi anima e corpo ai ruoli che doveva interpretare.

Non aveva paura di apparire grottesca se ciò doveva essere necessario per il personaggio che doveva interpretare.

Spesso preferiva truccarsi da sola, strofinandosi il viso con polvere di gomma per invecchiare anzitempo, sotto lo sguardo attonito dei truccatori che quotidianamente avevano a che fare con attrici che pretendevano di apparire sempre perfette.

Bette Davis interpreta Baby Jane

Bette Davis però era una DIVA capricciosa, che si rifiutava di filmare alcune scene, faceva ricostruire interi set perché non erano di suo gradimento, e che amava improvvisare senza seguire il copione, costringendo persino gli sceneggiatori a riscrivere le scene secondo il suo capriccio.
Atteggiamenti irritanti che però costituivano il suo personale modo di combattere l’infelicità:

“Quando ero molto infelice, mi scagliavo, piuttosto che piagnucolare.”

Ma è a lei e al suo tormento interiore che dobbiamo una serie di film indimenticabili entrati a pieno diritto nel mito di Hollywood:

“Il Tramonto”, “Il conquistatore del Messico”, “Il conte di Essex”,“Ombre malesi”, “Piccole volpi”, “Perdutamente tua”, “Questa nostra vita”, “Il grande amore”, fino al personaggio indimenticabile di Margo Channing in “Eva contro Eva” (All About Eve).
Il capolavoro in cui Bette interpreta la grande attrice sul viale del tramonto che tenta disperatamente di resistere all’assalto della giovane rivale Anne Baxter.

Bette Davis Anne Baxter in Eva contro Eva

Ironica e graffiante, dopo il grande successo di “Eva contro Eva”, non riuscendo a trovare un copione che fosse all’altezza del suo ultimo successo, Bette pubblicò un annuncio nella sezione annunci e ricerche di  lavoro, sul più noto quotidiano  di Los Angeles:

«Madre di tre figli, 10, 11 e 15 anni, divorziata, americana, trent’anni di esperienza come attrice di cinema, ancora in grado di muoversi e più affidabile di quanto si racconti, desidera impiego anche stabile a Hollywood. Ha già avuto Broadway. Referenze a richiesta. Bette Davis».

Tra le sue pellicole più famose il thriller del 1962 che interpretò con la sua grande rivale Joan Crawford  “Che fine ha fatto Baby Jane?” .
Del 1965 invece il thriller “Piano, piano, dolce Carlotta”, accanto a Olivia de Havilland, e parecchi anni dopo invece la sua partecipazione al film “Assassinio sul Nilo”.

Girò anche due film in Italia, “La noia”, tratto dal romanzo di Alberto Moravia, accanto a Catherine Spaak, con la regia di Damiano Damiani, e nel 1972 “Lo scopone scientifico” con Alberto Sordi e Silvana Mangano, per la regia di Luigi Comencini.

Alberto Sordi, che lei chiamava “SORDIDO” non le piaceva: lo definì maleducato e provinciale.
Bette non gli perdonò di non averle mai rivolto la parola in lingua inglese, nonostante lui lo parlasse benissimo, un vero affronto per una DIVA come lei.

Afflitta da numerosi problemi di salute morì a Parigi a 81 anni, qualche giorno dopo aver ritirato il suo ultimo premio alla carriera al Festival cinematografico di San Sebastian.

Distante dai canoni di bellezza femminili dell’epoca fu il suo fascino a renderla indimenticabile: lo stile recitativo di Bette Davis, che ha ereditato il suo stesso nome, è  caratterizzato principalmente da sguardi arcigni e acuti, scatti nervosi e da una presenza scenica di spessore con cui l’attrice seppe dare vita  a ogni ruolo che interpretò.

Bette Davis sarebbe stata probabilmente bruciata come strega se avesse vissuto due o trecento anni prima.
Lei infatti dava la curiosa sensazione di essere dotata di un potere che non poteva trovare sbocchi ordinari.

Caparbia, battagliera, incurante dei giudizi altrui, seppe imporsi in un mondo di lustrini e donne bellissime, dimostrando al mondo che determinazione e bravura non conoscono ostacoli.

Nessuno, infatti, ha potuto fermare l’uragano Bette Davis, una vera e propria forza della natura.

 “Sono stata intransigente, pepata, intrattabile, monomaniacale, senza tatto, volatile e spesso sgradevole.
Suppongo di essere più grande della vita”.

Bette Davis.

Chanel: la moda passa, lo stile resta

Chanel: la moda passa, lo stile resta

Chanel: la moda passa, lo stile resta

 “In order to be irreplaceable one must ALWAYS be different.”

Il 10 gennaio 1971, esattamente 50 anni fa, si spegneva Coco Chanel.
Una donna che ha saputo rivoluzionare la moda e la società del ‘900: ribelle e audace per natura, riuscì ad imporre alla moda uno stile modellato a sua immagine.

La sua non fu un’infanzia facile: abbandonata dal padre, dopo la morte tragica e prematura della madre, Gabrielle Bonheur Chanel, trascorse i suoi primi anni di vita nell’orfanatrofio di Aubazine, in affidamento alle suore del Sacro Cuore.

Le stanze spoglie e austere dell’Abbazia e la severa uniforme delle suore – vestite tutte allo stesso modo e rigorosamente in bianco e in nero – influenzarono già sin dall’infanzia il suo gusto estetico. La severità delle linee e il contrasto creato da colori tra loro opposti diventeranno infatti il tratto distintivo – a ancora oggi tremendamente attuale – delle sue linee creative.

A 18 anni lasciò il convento per trasferirsi a Parigi, dove trovò lavoro come commessa, la sera, invece, si  esibiva come cantante in un caffè. Nel suo repertorio non mancava mai la canzone “Qui qu’a vu Coco?” e la leggenda racconta che fu proprio grazie a questa che tutti cominciarono a chiamarla Coco.

Fu proprio di quegli anni l’incontro con uno degli uomini più importanti della sua vita.
Un uomo che non fu “solo” il suo amante.
A Étienne de Balsan, infatti, figlio di imprenditori tessili, non poteva certo sfuggire il talento innato e la creatività di Coco nel creare cappelli e cappellini, creazioni di cui sempre più donne si innamoravano follemente e che erano richiestissime dalle signore dell’epoca.

Coco, con l’aiuto finanziario del suo amante, riuscì ad aprire la sua prima boutique a cui seguì l’apertura di un salone di alta moda a Biarritz.

Fu così che Chanel iniziò  la sua personalissima rivoluzione estetica.

La moda del periodo, infatti, costringeva le donne in corsetti opprimenti, in vestiti scomodi di crinolina che obbedivano ad un rigido (letteralmente) senso estetico universalmente accettato, condiviso e incoraggiato, anche se dannoso per la salute.

Chanel rifiutò questo modello imperante e iniziò a proporre i suoi modelli sportivi dalle  linee semplici e poco elaborate che, soprattutto, non imponevano alle donne alcuna costrizione.
Creò così uno stile che stravolse l’ideale del modello femminile del ‘900, ideale che nell’immaginario collettivo relegava la donna al focolare domestico.  Con i suoi capi Chanel reinventò sia la figura femminile che il ruolo stesso della donna.
Con i suoi capi introdusse così l’immagine e la figura femminile del XX secolo mandando in soffitta una concezione della donna  ormai obsoleta quanto lo stile poco pratico della Belle Époque.

Coco iniziò ad impiegare per i suoi modelli il jersey, un tessuto allora poco utilizzato, morbido e poco costoso. Con questa stoffa realizzò una collezione dalla struttura semplice e dai colori basici come il grigio e il blu scuro a cui si accompagnavano anche modelli con fantasie che divennero celebri..

Le signore dell’epoca dimostrarono sin dal principio il loro apprezzamento per quello che all’epoca costituiva una completa novità nel panorama della moda e… anche i mariti ne furono entusiasti, dal momento che gli abiti in jersey avevano un costo nettamente inferiore rispetto ai modelli realizzati in seta.
Per arricchire ulteriormente la sua linea, la stilista incominciò  a creare anche accessori da indossare con i suoi abiti: lunghe catene dorate e bigiotteria con tante  perle, gioielli che abbinavano in maniera del tutto inusuale pietre vere e gemme false, così come cristalli tagliati a brillante che si trasformavano in brillantissimi diamanti… falsi.

I suoi capi, tra cui  i suoi celebri tailleur dal taglio classico che si ispiravano al mondo maschile, non subivano i capricci della stagionalità della moda e delle tendenze. Borse, cappelli e bigiotteria divennero così accessori iconici e simboli inconfondibili della sua griffe.

Ma anche il profumo, Chanel N°5, divenne un simbolo inconfondibile del suo stile: Marilyn Monroe  lo consacrò a leggenda quando dichiarò candidamente che l’unica cosa che indossava mentre dormiva erano “due gocce di Chanel N. 5″.

Chanel creò questo profumo con l’idea di rappresentare un concetto  di femminilità eterno e al di fuori dal tempo, immaginando che ogni donna che lo avesse indossato si sarebbe sentita unica e irresistibile.

E chi meglio di Marilyn poteva incarnare questo concetto?

Anche il flacone, dalla struttura essenziale con il tappo sagomato come uno smeraldo, che rimandava alla passione della stilista per pietre e gioielli,  era assolutamente  all’avanguardia per il periodo storico.

Chanel si rivelò essere determinante e originale nel  rivoluzionare l’industria della moda e soprattutto nell’indicare, lei stessa esempio vivente e autentico, alle donne il sentiero dell’emancipazione.

“La moda passa, lo stile resta”.

E’ una delle sue più celebri battute che illustra chiaramente la cifra e il valore stilistico di Chanel: la ripetitività delle linee a cuila stilista sopperiva con infinite varianti di disegno e tessuto e degli accessori dove i dettagli, con le loro  molteplici combinazioni giocano un ruolo fondamentale.

E io –  seduta al mio banco orafo, intenta a limare, modellare e scolpire per creare i miei gioielli – confesso: ho pensato spesso a questa donna rivoluzionaria, caparbia e coraggiosa, capace di andare avanti nonostante le difficoltà:  la perdita dell’uomo amato, la guerra che scuoteva in quel periodo l’Europa, la fatica di essere una voce fuori dal coro soggetta quotidianamente a critiche feroci e giudizi spietati e, soprattutto,  un esempio per ogni donna, 

Fatica, caparbietà e volontà ferrea, proprie di chi cerca di aprire un nuovo sentiero, indicare una direzione perché sogna un mondo diverso dove le donne godono di quei diritti che oggi ci sembrano così scontati.

Coco Chanel non rappresenta solo la femminilità ma anche il femminismo, è una delle tante eroine che in passato hanno fatto la differenza e hanno contribuito a tracciare la strada verso l’emancipazione.

Spesso mi soffermo a guardare le sue foto, cercando di immaginare la sua passione per la moda, il suo coraggio mentre passeggiava per le strade indossando i suoi vestiti  comodi ed essenziali, ammirata ma anche guardata con diffidenza dalle dame dell’epoca ancora troppo orgogliose dei loro vestiti ingombranti, delle loro crinoline e dei loro corsetti rigidi e soffocanti.

Vedo con gli occhi dell’immaginazione questa donna irriverente che sapeva anche divertirsi quando era al centro dell’attenzione, una donna  bellissima e dalla silhouette impeccabile che non passava inosservata,  austera nel suo vestito nero, la sigaretta tra le labbra – inclinata in un perenne gesto di sfida –  e al collo, naturalmente,  innumerevoli fili di perle attorcigliati..

Coco Chanel
Coco Chanel al lavoro con una modella
Coco Chanel
Coco Chanel
Coco Chanel

Franca e Carla Sozzani signore della moda

Franca e Carla Sozzani signore della moda

Franca e Carla Sozzani signore della moda

Esattamente oggi, 4 anni fa, Franca Sozzani ci lasciava.

Si spegneva a Milano, il 22 Dicembre 2016, dopo una lunga malattia tenuta segreta,  un mese prima del suo 67esimo compleanno.
La sua scomparsa ha segnato la fine di un’epoca, non solo per la moda italiana, ma anche per quella mondiale.

La sua era una famiglia talentuosa, infatti anche la sorella Carla è tuttora una delle personalità più influenti del mondo fashion.
Nate a pochi anni di distanza in una famiglia dell’alta borghesia mantovana, avrebbero potuto tranquillamente vivere una vita agiata e da nullafacenti, grazie alla loro ricchezza .

Ma le due sorelle non erano nate per vivere di ozio e lo sapevano benissimo:

«Sappiamo quello che vogliamo. Ed è importante saperlo perché poi è più facile ottenerlo».

Esili, bionde, occhi chiari, apparentemente fragili per via del loro look angelico e  romanticamente preraffaellita, sempre elegantissime.. ma due carri armati quando si trattava di lavoro.

Franca, infatti,  amava spesso ripetere:
“Se per passare da un punto all’altro c’è di mezzo un muro, buttalo giù.”

Franca e Carla Sozzani
Carla e Franca Sozzani
Le sorelle Sozzani
Sorelle Sozzani

Iniziarono la loro carriera nello stesso periodo e partendo dallo stesso punto.

Franca Sozzani si sposò subito dopo aver completato gli studi, a soli 22 anni, per poi divorziare solo tre mesi dopo.
Incinta, rispose ad un annuncio del gruppo editoriale Condé Nast dove iniziò la sua carriera come segretaria.
Un impiego inizialmente distante dal mondo della moda, ma lei aveva idee e talento che le permisero di non passare inosservata.

Infatti, a quel primo impiego seguirono un tripudio di successi: nel 1973 iniziò a lavorare come redattrice da «Vogue Bambini», nel 1980 a soli trent’anni diventò direttrice di “Lei”, femminile dedicato alle ragazze.
Tre anni dopo assunse la direzione anche di “Lui”, la versione maschile del magazine.

Ma fu il 1988 a segnare la svolta.
È infatti quello l’anno in cui venne nominata direttrice di «Vogue Italia», carica che ricoprì fino al 2016, l’anno della sua morte. Un record assoluto.

Fu grazie a lei se Vogue Italia divenne un magazine iconico, riconosciuto a livello internazionale, e una delle riviste di moda più influenti al mondo, seconda solo alla versione americana diretta da Anna Wintour.
Le due approdarono alla direzione dei rispettivi magazine praticamente nello stesso periodo ed entrambe divennero arbitri del gusto e dei suoi cambiamenti nel corso degli anni, contribuendo alla selezione di stilisti e look che sarebbero entrati nella storia della moda.

Anna Wintour e Franca Sozzani
Franca Sozzani - Vogue

Franca Sozzani trasformò Vogue e, grazie a lei, Vogue Italia divenne leader indiscusso di stile.

L’approccio editoriale di Franca prediligeva la contaminazione delle arti e sperimentava contemporaneamente la commistione della fotografia con la grafica. Infatti, tutte le edizioni del magazine  pubblicate sotto la sua direzione furono di impatto, l’edizione italiana della rivista  proponeva sempre immagini al limite, servizi fotografici estremi e copertine stupefacenti.
In questo modo Franca interpretava – conferendogli voce e immagine – il vero senso della moda.

Per le sue posizioni, le sue idee spesso controcorrente e la sua capacità di stupire, Franca Sozzani rischiò più volte il licenziamento da parte di Condé Nast: alcuni top manager temevano infatti che le sue scelte potessero allontanare gli inserzionisti o essere viste con preoccupazione dagli sponsor pubblicitari.

Franca divenne così una delle figure che influenzarono profondamente il mondo della moda: non c’era stilista che osasse cominciare la sfilata prima di vederla seduta in prima fila.

Grazie alla sua dedizione e al suo lavoro oggi conosciamo fotografi come Bruce Weber, Peter Lindbergh, Ellen Von Unwerth e Paolo Roversi, fu lei inoltre a valorizzare per prima i molti nomi importanti della moda italiana, da Gianni Versace a Giorgio Armani, a cui era legata da profonda amicizia, e contribuì a lanciare anche molte modelle e stilisti emergenti.

Franca Sozzani

Dal canto suo invece la sorella Carla non ha avuto meno successo.

Anche Carla Sozzani lavorò a Vogue negli anni Settanta, successivamente nel 1987 lanciò la rivista “Elle” restandone alla direzione per qualche anno. Lasciato l’impiego nei giornali aprì una piccola casa editrice, perché sognava di “fare solo libri”.
Nel 1990 ebbe l’intuizione di aprire, in un cortile della vecchia Milano, una galleria fotografica.

Dopo un anno, rendendosi conto che a Milano la fotografia non aveva ancora la giusta considerazione e sentendo anche la mancanza della moda, Carla creò “10 Corso Como”,  che si trasformò poi in un negozio, in una libreria, in un ristorante fino a diventare una locanda.
Mutazioni e trasformazioni che trasformarono quella sua idea nel primo concept store al mondo, dove si potevano trovare tantissime  cose “giuste”, a partire dall’indirizzo.

Lei trasformò questo indirizzo in un marchio di esportazione.

Non c’è artista, designer, o persona comune che lasci Milano senza essere passato da quel luogo, “10 Corso Como” è da più di 20 anni un autentico punto nevralgico della moda internazionale, il luogo dove è nato il concetto di mescolare la cultura con il design e la moda, concetti che, a ben vedere, costituiscono lo  stesso approccio editoriale della sorella Franca.
Buon sangue non mente!

Carla Sozzani in Corso Como 10
10 Corso Como

Poche donne come le sorelle Sozzani hanno capito, e in un certo senso influenzato, il gusto e lo stile degli ultimi decenni, infatti nell’ambiente fashion il detto “Non si muove foglia che il duo Sozzani non voglia” era diventato quasi un mantra.

Franca e Carla Sozzani con il loro lavoro hanno dato impulso al gusto italiano per le cose belle, per la moda, l’arte e il design, non esitando a rompere le regole e a fare anche scelte rischiose e controverse, con l’obiettivo di scuotere lo status quo e ridefinire il concetto di bellezza.

E se ci penso, credo che sia  proprio questa l’essenza dell’Italian Style.

Perché noi italiani siamo nati nella bellezza, circondati da opere d’arte a cui siamo assuefatti e che diamo spesso per scontate.
Ed è proprio questo nostro permanere nella bellezza che ci permette di non avere paura di rompere le regole dell’arte, di sperimentare continuamente e di creare nuova bellezza dalla bellezza.