La ZIP di Van Cleef & Arpels

La ZIP di Van Cleef & Arpels

La ZIP di Van Cleef & Arpels

Da quando ho visitato a Palazzo Reale la retrospettiva dedicata a Van Cleef & Arpels, non ho difficoltà a capire perchè le innumerevoli dive di Hollywood del passato  e del presente siano pazzamente innamorate dei gioielli creati da questa maison.

I gioielli esposti a Palazzo Reale erano ovviamente tutti splendidi, ma senza ombra di dubbio ho amato particolarmente le favolose creazioni Art Déco e tra queste in assoluto la famosa collana Zip, realizzata dalla maison nel 1950.

Fu la duchessa di Windsor, Wallis Simpson – appassionata di gioielli, americana, divorziata e famosa per aver sposato il re d’Inghilterra Edoardo VIII, che per lei  fu costretto dal rigido protocollo reale a rinuncire alla corona – a suggerire a REnée Puissant, direttore artistico di Van Cleef & Arpels, nonchè figlia dei fondatori della maison, l’idea di un gioiello che fosse in grado di reinterpretare l’innovazione tecnologica del periodo: una collana che riproponesse la cerniera a zip, adottata prima dall’aviazione e dalla marina per le proprie uniformi e successivamente dall’Haute Couture.

Wallis Simpson

Wallis Simpson

Re Edoardo V e Wallis Simpson

Re Edoardo VIII e Wallis Simpson

Renèe Puissant

Renée Puissant

 Nonostante i suoi 83 anni la ZIP di Van Cleef & Arples è ancora oggi un miracolo inimitabile di tecnica orafa.

La Maison progettò il gioiello nel 1938 ma, dal momento che furono necessari anni di studi progettuali e tentativi per riuscire a realizzare questo gioiello, la collana fu realizzata solamente molti anni dopo, nel 1950.

Si tratta di una collana trasformabile che replica il meccanismo della cerniera lampo e che può essere indossata sia come collana sia come bracciale, la chiusura infatti scorre verso l’alto e verso il basso proprio come la zip di un abito, permettendo alla collana di allungarsi e accorciarsi.

A dire la verità, prima di Wallis Simpson e Van Cleef & Arpels, la designer nostrana Elsa Schiaparelli aveva già creato una intera collezione ricca di sorprendenti zip, senza però riuscire ad eguagliare la complessità della collana della maison parigina.

La zip viene realizzata dalla maison in oro giallo, bianco o anche in platino, con pietre preziose o diamanti, Van Cleef and Arpels infatti ha creato numerose versioni dell’iconica collana, tutte egualmente straordinarie e incredibilmente preziose.

Van Cleef & Arpels - zip necklace

Il diamante di Tiffany

Il diamante di Tiffany

Il diamante di Tiffany

Era il 1837 quando Charles Lewis Tiffany fondò la sua azienda a New York, acquistando per un centinaio di dollari il celebre negozio tra la 57a Strada e la Fifth Avenue, che diventò negli anni uno dei grandi tempi della gioielleria nel mondo.

Nei suoi 83 anni di storia Tiffany acquistò per i propri gioielli molte pietre preziose, rare e straordinarie.

Tra gli acquisti record del brand infatti si ricordano il leggendario Tiffany Diamond, uno dei diamanti fancy yellow più grandi di sempre e dal valore inestimabile, lo Smeraldo Hooker, di taglio quadrato da 75,47 carati, attualmente in mostra al museo Smithsonian di Washington e i Diamanti Mazarin, acquistati  all’asta dei Gioielli della Corona di Francia.

Il negozio di Charles Lewis Tiffany venne presto acclamato come la “casa dei gioielli” per le sue eccezionali pietre preziose.
Nel corso del secolo scorso, la sua fama crebbe in tutto il mondo grazie all’espansione della rete dei negozi e la fortuna di diventare protagonista, prima del romanzo di Truman Capote  e poi dell’indimenticabile film con Audrey Hepburn, “Colazione da Tiffany”.

Oggi Tiffany & Co., che si avvale della collaborazione di designer del gioiello come Paloma Picasso e Elsa Peretti, recentemente scomparsa, disegna, produce e commercializza gioielli, orologi e accessori di lusso in tutto il mondo. L’azienda conta oltre 14.000 dipendenti – tra i quali ci sono più di 5.000 artigiani qualificati che tagliano i diamanti e creano gioielli straordinari nei laboratori dell’azienda.

Ma la maison si appresta a battere anche i suoi stessi primati, infatti Tiffany ha annunciato la recente acquisizione di una incredibile gemma dal taglio ovale. un diamante da 80 carati, colore D, purezza IF di straordinarie dimensioni, il più grande mai proposto dal marchio.

Tiffany ha dichiarato di voler incastonare la pietra nella riedizione di un gioiello storico, l’Alba di un Nuovo Mondo”, una collana dalla spettacolare acquamarina centrale, di notevole dimensione, e diamanti dai tagli inconsueti.

Il gioiello originale ottant’anni fa incantò milioni di visitatori all’Esposizione Universale nel 1939 a New York, l’esposizione con il suo tema “Alba di un Nuovo Giorno” prometteva uno scorcio sul Mondo di Domani. Infatti, forte dei suoi oltre 44 milioni di visitatori intendeva ispirare il sogno di un domani più effervescente e migliore. Con l’esposzione della spettacolare collana la strada per l’apertura l’anno successivo del flagship store sulla quinta era ormai tracciata.

La nuova collana rieditata – che sarà invece la protagonista nel 2022 della riapertura dell’iconico store, dopo una importante ristrutturazione – «..riflette perfettamente la nostra tradizione di gioielliere di lusso di New York, il cui fondatore era noto come il ‘Re dei Diamanti’», commenta la responsabile del settore gemmologico di Tiffany & Co., Victoria Reynolds.

Victoria Reynolds sottolinea anche che «non c’è modo migliore di celebrare la riapertura che re-immaginare questa incredibile collana, uno dei pezzi più celebrati di Tiffany sin da quando abbiamo aperto per la prima volta le porte del nostro store sulla 5th».

Si tratta di un pezzo d’archivio riletto in chiave contemporanea e moderna, monterà al posto della grande acquamarina centrale l’eccezionale diamante ovale di oltre 80 carati, per celebrare quello che si preannuncia come un altro momento da ricordare nella storia del brand: esattamente come quello di quasi un secolo fa.

La nuova collana sarà quindi il capolavoro più costoso mai realizzato dalla maison, il favoloso diamante acquistato da Tiffany proviene dalle miniere del Botswana, in Africa, da una catena di approvvigionamento responsabile, tracciabile e sostenibile, sottolineando l’impegno del brand in questo senso, Tiffany è infatti la prima azienda del settore ad adottare tale politica.

Ma quale è allora il prezzo di tale gioiello da record?

Non è ancora dato sapere… non resta che segnare in agenda la data del suo debutto!

Collana Alba di un nuovo giorno - Tiffany
La collana originale del 1939
Alba di un Nuovo Mondo - archivio Tiffany

La parure “Reine Marguerite”

La parure “Reine Marguerite”

La parure “Reine Marguerite”

Quando si parla di Elizabeth Taylor è più facile tenere il conto dei suoi matrimoni piuttosto che riuscire a ricordare gli incredibili e innumerevoli gioielli sfoggiati dalla diva dentro e fuori il set cinematografico.

Infatti, lei, più che una collezionista di uomini e mariti (alcuni sposati più volte come Richard Burton) era una raffinatissima collezionista di gioielli dal gusto impeccabile.

I suoi non erano gioielli qualunque: erano straordinari, eccessivi e spesso stravaganti.

La maggior parte di questi le furono donati da Richard Burton con cui ebbe ben due matrimoni tormentati e ricchi di passione. Burton comprese immediatamente che i gioielli erano per Liz una vera e propria fonte di felicità e non si lasciò mai sfuggire l’occasione per farla felice.

Elizabeth Taylor amava particolarmente i gioielli di caratura importante, infatti era solita ripetere:

“Le grandi donne hanno bisogno di grandi diamanti”.

L’attrice possedeva una delle più importanti collezioni di gioielli al mondo e per illustrarne i magnifici pezzi non basterebbe un intero volume; ma c’è una parure che sicuramente merita un racconto a sé per la sua bellezza e per il particolare significato che rappresentava per l’attrice.

Venne indossata da Elizabeth Taylor durante la notte degli Oscar nel 1993, una notte speciale in cui lei ricevette il premio Jean Hersholt, un premio che viene assegnato periodicamente per contributi eccezionali a cause umanitarie. La diva, infatti, fu molto attiva nella sensibilizzazione della lotta contro l’Aids, sostenne la ricerca e si adoperò in prima persona per la diffusione di conoscenza e cure. Fu lei la prima esponente del mondo dello spettacolo a far sentire la propria voce in questa campagna umanitaria, molto prima che della malattia si avesse piena coscienza.

La “Reine Marguerite” che l’attrice scelse di indossare per quell’occasione  è una eccentrica parure dal motivo floreale composta da una collana formata da margherite di diamanti rotondi di grandezza crescente, ciascuna incastonata con un pistillo bombé di diamante giallo, sempre dal  taglio circolare.
I fiori preziosi sono separati tra loro da foglie modellate con del crisoprasio, che dona un tocco di colore con la sua inconfondibile tonalità verde mela.
Completano la parure una spilla e un paio di orecchini con la medesima fantasia di diamanti, il tutto innestato su una base di oro da 18 carati.

La parure è stata creata dalla maison francese Van Cleef & Arpels, già celeberrima per le proprie creazioni ispirati al mondo della natura.

È curioso notare che Liz, per quell’occasione per lei così importante, non scelse di indossare uno dei gioielli della sua già favolosa collezione, ma decise di prenderne uno in prestito da Van Cleef & Arpels, una maison che lei amava incondizionatamente, (così come amava incondizionatamente anche Bulgari).
Per la serata scelse di indossare un bellissimo abito giallo sole griffato Valentino, su cui la parure “Reine Marguerite” si abbinava perfettamente.

Elizabeth Taylor alla cerimonia degli Oscar indossa la Reine Marguerite

Dopo la cerimonia Elizabeth Taylor non riuscì più a separarsi dal fantastico gioiello, acquistò la “Reine Marguerite” e la indossò nuovamente l’anno successivo, questa volta con un vestito bianco, a Venezia, durante una festa per raccogliere fondi per la lotta all’AIDS.

La parure Reine Marguerite
Elizabeth Taylor indossa la parure Reine Marguerite

Alla sua morte, avvenuta nel 2011, la parure finì tra i pezzi dell’asta “The collection of Elizabeth Taylor: The legendary jewels” organizzata da Christie’s a New Yorkd e fu venduta per la bellezza di 746.500 dollari.

Una parte dei ricavati della vendita, come quella di tutti i gioielli esposti, fu donata alla Elizabeth Taylor AIDS Foundation.

L’eccellenza dell’oreficeria italiana

L’eccellenza dell’oreficeria italiana

L’eccellenza dell’oreficeria italiana

 L’oreficeria italiana è un’eccellenza riconosciuta in tutto il mondo, punto di forza dell’economia del nostro paese, è un settore produttivo che deve il proprio successo all’abilità, alla perfezione, alla creatività e all’innovazione italiana.

La storia italiana dell’oreficeria moderna ha inizio nel Rinascimento, quando Firenze diventa la capitale della lavorazione dei metalli preziosi. I maestri orafi dell’epoca utilizzavano tecniche raffinatissime e già allora all’avanguardia, mai utilizzate ne’ sperimentate prima. La tecnica si affinò e perfezionò ulteriormente anche grazie alla richiesta di gioielli sempre più preziosi e complessi proveniente dalle ricche corti dell’Italia preunitaria.

Ma furono i primi decenni del ‘900 a determinare l’apice del successo e il punto di svolta dell’arte orafa italiana. Gli artigiani orafi che da secoli tramandavano la loro maestria creando gioielli unici, non produssero più solo gioielli artigianali, ma vere e proprie opere d’arte. Gli artigiani si trasformarono così in artisti e le loro creazioni  divennero le loro opere  d’arte.

In quegli anni i gioielli erano ancora un lusso per pochi, ma le creazioni orafe italiane iniziarono ad acquistare sempre più valore e ad essere sempre più richieste anche in virtù del loro valore  artistico.

Nel ‘900 gli orafi si lasciarono ispirare dalla Belle Époque e dallo stile Liberty, uno stile che riprendeva e rielaborava le suggestioni del mondo della natura. Non solo suggestioni dal mondo naturale, ma anche i tagli netti di ispirazione modernista dell’Art Decò influenzarono fortemente la produzione del settore, rendendo  i gioielli di produzione italiana sempre più complessi, eleganti e raffinati.

Ancora oggi, l’oreficeria italiana continua ad ispirarsi a quelle linee e a quei design, sinonimi di eleganza equilibrata e raffinatezza.
Grazie a queste ispirazioni e commistioni stilistiche arte e oreficeria si legarono indissolubilmente e divennero, insieme alla precisione e alla maestria degli artigiani di bottega, una delle peculiarità della produzione orafa Made in Italy.

I primi nomi dell’alta gioielleria italiana emersero dopo la seconda guerra mondiale, nel periodo di grande ripresa economica che interessò anche il settore orafo: i gioielli fatti a mano divennero così l’oggetto del desiderio di tutte le donne.
Ma sono soprattutto gli anni ottanta, anni di grande sperimentazione artistica, che vedranno l’apice dell’eccellenza del Made in Italy. Un’ eccellenza che non si espresse soltanto nel settore orafo, ma che coinvolse soprattutto i settori della moda e del design.
Furono anni di grande benessere e sviluppo economico dove i consumatori cominciarono a ricercare e a richiedere sempre di più prodotti migliori e di massima qualità.
Per soddisfare questa richiesta anche gli artigiani orafi nostrani  iniziarono ad aumentare la produzione per cavalcare l’onda del successo, finendo per imporsi sul mercato: la gioielleria italiana divenne quindi sinonimo di valore e qualità in tutto il mondo.

Nonostante l’attuale crisi economica i gioielli artigianali italiani sono ancora una delle poche vere espressioni rimaste dell’eccellenza del Made in Italy.
Ogni gioiello racchiude in sé arte, innovazione, tecnologia, storia, cultura e tradizione: è un piccolo universo di perfezione ed eleganza, una piccola opera d’arte da indossare.

Monica Castiglioni e la materia

Monica Castiglioni e la materia

Monica Castiglioni e la materia

Monica Castiglioni ha fatto della materia la sua ossessione.
Ma è anche appassionata di design, ama le sperimentazioni visive, la tecnologia e la rivisitazione di antiche tecniche tradizionali che scopre negli angoli più remoti del mondo.
Attratta quasi unicamente dalla solidità morbida e dal colore mutevole del bronzo, Monica ha iniziato circa trenta anni fa a creare i suoi gioielli, gioielli che sembrano vivi e sempre mutevoli, data la natura del metallo che cambia a seconda di chi lo indossa.

E’ nata a Milano, ma si professa newyorkese di adozione.
Il suo showroom, si trova in zona isola ma il suo atelier è proprio nella città del cuore, infatti, è soprattutto nella Grande Mela che Monica Castiglioni produce e produce moltissimo: pezzi unici o piccole collezioni limitate.

Questa città è diventata anche la protagonista di “Glimpse in the Puddle”, opera fotografica dove Monica Castiglioni ritrae una New York che si rispecchia nelle pozzanghere dopo la pioggia: scorci di grattacieli e palazzi, nuvole e cielo che si incastonano come pietre preziose nel nero dell’asfalto delle strade.

Le sue creazioni sono piccole e ricercate sculture, un’esposizione che si rinnova continuamente grazie all’inarrestabile creatività di Monica. Il filo conduttore di questa sua inarrestabile produzione è sicuramente il pistillo dei fiori che appare in molti dei suoi gioielli e si ripete in infinite rivisitazioni e variazioni sul tema.

Gli anelli e i bracciali di Monica si avvolgono su sé stessi in spirali e intrecci sorprendenti, forme non finite e aperte, a volte componibili, sagome morbide e sinuose che catturano ed enfatizzano i riflessi dorati del bronzo.
E’ lo stesso sinuoso movimento che caratterizza anche lei, Monica Castiglioni infatti, non si ferma mai perché è sempre alla ricerca di nuove idee, nuove ispirazioni, nuovi materiali e nuovi spazi concettuali.

I suoi gioielli non hanno nulla in comune con le tradizionali creazioni della gioielleria classica, il bronzo e l’argento nelle sue mani si trasformano in argilla morbida dove lei, scolpisce le sue forme plastiche e non lineari.
La sua è un’arte  che sorprende.

Monica Castiglioni anello pistillo
Monica Castiglioni anello pistillo con pietra
Monica Castiglioni collana pistilli
Monica Castiglioni anello pistillo con pietre

Elsa Peretti, la signora del gioiello

Elsa Peretti, la signora del gioiello

Elsa Peretti, la signora del gioiello

Elsa Peretti è mancata settimana scorsa, il 18 marzo 2021.
Si è spenta a 80 anni, nella piccola cittadina di Sant Martí Vell, il borgo dove viveva da tempo e che lei stessa aveva contribuito a restaurare.
Per rendere omaggio a questa straordinaria “Signora del Gioiello” ho deciso di riproporre  questo articolo che le avevo dedicato tempo fa.

Elsa Peretti ha rivoluzionato il mondo del design e dello stile, la sua era una creatività spiazzante caratterizata da uno sguardo costantemente rivolto al futuro.

Prima di morire ci ha lasciato con la sua ultima previsione: dopo l’onda d’urto del Covid19 il design, la moda e la creatività riscopriranno i valori della semplicità, della curiosità e dell’umiltà, cosa che effettivamente sta già avvenendo.

Elsa non fu soltanto designer di gioielli, ma anche modella ricercatissima, icona fashion e filantropa.  Infatti negli ultimi mesi il suo impegno si  era concentrato principalmente sull’Italia:
«..non solo perchè l’Italia è il mio Paese, ma anche perché è quello che sta subendo le peggiori conseguenze di questa pandemia, così con l’Ordine di Malta e il Circolo San Pietro abbiamo donato duemila pasti caldi da distribuire a Roma nelle mense all’aperto.»

Questa è solo una delle sue ultime innumerevoli iniziative, infatti, la designer  aveva sostenuto economicamente anche molte altre organizzationi al fine di arginare gli effetti sanitari, economici e sociali della pandemia nel Sud Italia.
Perchè per lei era importante «essere generosi e aperti verso gli altri.»

Nata a Firenze il 1’ maggio del 1940, già sin dalla prima infanzia Elsa era una bambina diversa dalle altre.
Alle bambole preferiva le gite al cimitero accompagnata dalla tata:
«Da ragazzina visitavo spesso la cripta di una chiesa cappuccina del diciassettesimo secolo a Roma dove le pareti erano decorate con ossa e mia madre doveva rimandarmi indietro ogni volta a restituire un piccolo ossicino.»

Difficile immaginare per lei un futuro diverso da quello dell’anatomopatologo.

Lei, invece, scelse l’arte, non studiò mai medicina ma, forse a ricordo delle sue inclinazioni infantili, le sue collezioni più celebri e di successo hanno nomi anatomici.
Impossibile non ricordare il celeberrimo bracciale “Bone” modellato direttamente intorno al polso che ha conquistato molte star: da Liza Minelli – che si avvicinò all’argento con diffidenza per poi ammettere di aver indossato a lungo solo le creazioni Elsa Peretti –  Sofia Loren e in ultimo la star di Wonder Woman, Gal Gadot.

Gal Gadot indossa il bracciale Bone di Elsa Peretti
Immagine pubblicitaria Bone by Elsa Peretti

Nata in una delle più ricche famiglie d’Italia, forse proprio per contrasto a questa agiatezza, lei assecondò e seguì per tutta la sua vita quello spirito di ribellione che le scorreva nelle vene.
Figlia minore di Ferdinando Peretti, l’industriale, fondatore dell’ Anonima Petroli Italiana, Elsa studiò a Roma ma, a soli 21 anni, abbandonò l’aristocratica e ricca vita borghese romana per fuggire in Svizzera dove si mantenne dando lezioni di italiano come istruttrice di sci a Gstaad. Nel 1963 si trasferì a Milano dove studiò interior design lavorando anche per l’architetto Dado Torrigiani.

L’anno seguente, con grande disappunto della famiglia, decise di trasferirsi a Barcellona.
Qui mosse i primissimi passi di quella che diventerà una sfolgorante carriera nel fashion system, carriera che fu ovviamente fortemente osteggiata dai genitori e provocò la rottura dei suoi legami famigliari. In questo periodo posò anche per il maestro Salvador Dalì.

Dalì voleva ritrarla nelle vesti di una suora ma quando lei si presentò abbronzatissima e stupenda la redarguì duramente:
«Le suore non si abbronzano.»

La Spagna in cui viveva Elsa era allora sconvolta e influenzata dalla dittatura franchista.
Ma in quel paese lei respirava il sapore di una libertà mai sperimentata: l’oceano, i marines, le prostitute, i fiori, le giornate in spiaggia e la città illuminata dal sole resteranno per sempre impressi nei suoi occhi.

Era però venuto il tempo di cambiare nuovamente orizzonte e scenario. 

Nel 1968 in una fredda giornata di febbraio, Elsa arrivò a Manhattan. Scese dall’aereo con un occhio nero, regalo indesiderato di un amante che non voleva lasciarla andare.

A New York tutto stava ancora per accadere: dal movimento femminista, all’autunno caldo di quell’anno, fino alle rivendicazioni sindacali per i diritti dei lavoratori..

Elsa però attraversò indenne il caos e gli scioperi che agitavano la città.

Non aveva un dollaro in tasca, ma possedeva una fede cieca, mistica e granitica nelle possibilità offerte dalla Grande Mela.

A New York Elsa Peretti iniziò la sua carriera di successo come modella: alta  e sofisticata, la sua bellezza mediterranea attirava l’attenzione di designer come Charles James e Issey Miyake, che la volevano assolutamente in passerella.
Ma fu solo con Roy Halston Frowick, noto come l’ ”Yves Saint Laurent degli States” che scoccò la scintilla: fu l’inizio di una amicizia destinata a durare per sempre.

Molte le sue frequentazioni di quel periodo: lo stilista Giorgio di Sant’Angelo, l’illustratore Joe Eula, Victor Hugo, amante di Halston, Andy Warhol e occasionalmente anche Liz Taylor.

Osservandola, nessuno avrebbe mai sospettato di quanto in realtà lei odiasse fare la modella e di quanto la terrorizzasse l’idea di posare davanti ad un obiettivo, per lei quel lavoro era solo un modo per sbarcare il lunario, dal momento che la sua famiglia l’aveva diseredata.

Furono comunque in molti ad immortalarla in scatti memorabili, da Scavullo fino a Helmut Newton che diventerà anche suo amante.
Elsa è tuttora indimenticabile nel servizio fotografico di Helmut Newton che la ritrasse sui tetti di New York in costume da coniglietta di Playboy.

Elsa aveva una marcia in più rispetto alle colleghe: una personalità che non passava inosservata, Halston, infatti, la descrisse così:
«Era diversa dalle altre modelle. Le altre erano grucce, manichini, ma lei aveva stile. Lei faceva suo l’abito che indossava..»

Negli anni glamour della sua vita newyorkese, dove la trasgressione era un must, Elsa non si risparmiò e condusse una vita mondana sfrenata e costellata da eccessi.
Conquistò una grande notorietà – documentata nelle foto e negli articoli di gossip che raccontavano le nottate nelle discoteche più cool del periodo da “Le Jardin” al Max’s Kansas City al “Saint”, dal “Paradise Garage fino al celeberrimo “Studio 54” – e i suoi litigi furibondi con Halston vennero persino documentati da Andy Warhol nei suoi diari.

Fino al 1969 per lei la gioielleria fu solo un hobby.

Elsa rivelò un talento particolare nel riuscire a cogliere ispirazione da oggetti apparentemente banali e quotidiani, come ad esempio un vaso di fiori argentato scovato nel mercatino delle pulci oppure le suggestioni prese a prestito della natura. Scorci della vita di tutti i giorni che ai suoi occhi geniali assumevano connotazioni instrise di un simbolismo arcaico.

Iniziò cosi a creare gioielli per puro piacere personale, oggetti preziosi plasmati quasi per gioco che però ottennero, fin dalla prima esposizione pubblica in una vetrina di Bloomingdale’s. grande visibilità,
Le sue creazioni, indossate durante una sfilata dello stilista Giorgio di Sant’Angelo, fecero immediatamente breccia nel cuore di tutti i presenti, compreso l’amico Roy Halston che le chiese di realizzare per la sua prossima collezione una linea di gioielli.

Per crearla Elsa decise di compiere una scelta inusuale e “disruptive”: utilizzò l’argento, materiale che ai tempi era considerato addirittura banale dall’alta gioielleria.

Nel 1974 Elsa Peretti era già una designer riconosciuta, nonostante la giovane età,  aveva già ottenuto un Coty Award  ed era già apparsa sulla copertina di Vogue.
Fu proprio in quello stesso anno che la maison Tiffany decise di puntare su questa ragazza poco più che trentenne.
Fu sempre l’inseparabile amico del cuore Halston ad accompagnarla all’incontro con l’allora CEO di Tiffany & CO.: Walter Hoving, incontro che avrebbe cambiato completamente la sua vita: Elsa infatti cominciò collaborare con la maison di gioielli come designer indipendente.

A lei Tiffany affidò il difficile compito di rendere più accessibile e “democratico” il gioiello.
Henry Platt, al tempo amministratore delegato della maison stava infatti «cercando qualcuno che potesse conquistare le giovani donne, ma anche le più adulte, disegnando gioielli da portare con i jeans ,ma anche con un abito da sera».

Fu così che l’argento, grazie alle creazioni di Elsa – le prime tre andarono esaurite in un solo giorno – fece il suo ingresso nel mondo del lusso.

Per Tiffany Elsa Peretti realizzò il primo ciondolo a forma di minuscola bottiglia che la maison lanciò con la collezione “Bottle”, una collezione  che riscosse immediato successo.
Forse l’ispirazione per questo gioiello le venne proprio dalla bottiglia per il profumo – secondo per vendite solo a Chanel n.5 – che aveva già realizzato in passato per lo stesso Halston:
«La prima cosa che feci a New York, nel 1969, fu realizzare una piccola bottiglia d’argento… che mi rese famosa. Amavo l’idea di girare per le strade con un fiore in un vaso al collo».

Nel 1977 Newsweek le dedicò una cover definendola l’iniziatrice della più grande rivoluzione nel mondo della gioielleria dai tempi del Rinascimento. Il successo fu tale che anche il presidente e CEO di Tiffany Michael Kowalski dichiarò:
«Il giorno in cui Elsa Peretti è entrata a far parte di Tiffany, noi siamo entrati in una nuova era della nostra storia di innovazione nel design.»

Questa democratizzazione del gioiello messa in atto da  Tiffany grazie alla designer agli inizi degli anni settanta si diffuse  globalmente ed è tutt’oggi fortemente attuale.
Ma la stilista ha contribuito anche a radicare nell’immaginario collettivo una concezione polivalente del gioiello.

Era infatti solita spiegare che i suoi modelli erano ispirati dal senso comune, creati eliminando ogni eccesso e ogni ridondanza per riprodurre quei «… contorni morbidi che gli oggetti indossati ogni giorno conquistano nel tempo.
Amo ciò che puoi indossare ma anche mettere sul tavolo come un oggetto d’arte».

Lo sguardo di Elsa non poteva oerò restare posato a lungo solo sulla Grande Mela e stava già spaziando oltre i suoi confini.

La designer infatti si trasferì a Sant Martì Vell, un piccolo borgo di cui lei si era innamorata e che aveva contribuito in prima persona a restaurare.
Dopo il ritmo frenetico di New York dove però ormai «..tutto era già stato fatto… lavorare fra pietre e tetti mi allontanava dalla mia immagine di Jewelry Designer» Elsa Peretti è un fiume in piena, inarrestabile e creativo.

Sul suo banco di lavoro si potevano trovare innumerevoli creazioni in cera dei suoi gioielli che sarebbero poi diventati dei classici. Elsa prendeva ispirazione non solo dalla natura, ma anche dagli eventi personali, come le collane serpenti:
«L’idea venne dal ricordo della coda di un serpente a sonagli che, a Losanna, mi fu regalata da un ragazzo texano.»

Ma anche i cuori da portare come ciondolo, forse per ricordare le sue lunghe relazioni che non avevano mai avuto come lieto fine il matrimonio, e Diamonds by the Yard, dove lunghe catene d’oro esibivano singoli diamanti incastonati in montature a castone essenziali perchè «I diamanti montati in questo modo hanno una luce diversa. Sembrano gocce di luce, come un ruscello.»

Elsa Peretti però non consacrò la sua vita solo all’arte: grazie all’enorme eredità ricevuta alla scomparsa del padre, nel 2000 fondò la “Nando and Elsa Peretti Foundation”, che si occupa della tutela e della promozione dei diritti umani e civili.
Negli anni questa fondazione ha supportato più di mille progetti in 81 paesi, per un valore di 50 milioni di euro.
Indubbiamente questa donna straordinaria ha saputo vivere una vita incredibile, cogliendo ogni opportunità e occasione che il destino, quello stesso destino in cui lei nutriva una fiducia incrollabile, le aveva offerto.

Fu proprio lei, in una delle innumerevoli interviste, a precisare che:
«Quello di vivere, come diceva Pavese, è davvero un mestiere.
Però lo puoi imparare.
Spero di esserci riuscita.»