La ZIP di Van Cleef & Arpels

La ZIP di Van Cleef & Arpels

La ZIP di Van Cleef & Arpels

Da quando ho visitato a Palazzo Reale la retrospettiva dedicata a Van Cleef & Arpels, non ho difficoltà a capire perchè le innumerevoli dive di Hollywood del passato  e del presente siano pazzamente innamorate dei gioielli creati da questa maison.

I gioielli esposti a Palazzo Reale erano ovviamente tutti splendidi, ma senza ombra di dubbio ho amato particolarmente le favolose creazioni Art Déco e tra queste in assoluto la famosa collana Zip, realizzata dalla maison nel 1950.

Fu la duchessa di Windsor, Wallis Simpson – appassionata di gioielli, americana, divorziata e famosa per aver sposato il re d’Inghilterra Edoardo VIII, che per lei  fu costretto dal rigido protocollo reale a rinuncire alla corona – a suggerire a REnée Puissant, direttore artistico di Van Cleef & Arpels, nonchè figlia dei fondatori della maison, l’idea di un gioiello che fosse in grado di reinterpretare l’innovazione tecnologica del periodo: una collana che riproponesse la cerniera a zip, adottata prima dall’aviazione e dalla marina per le proprie uniformi e successivamente dall’Haute Couture.

Wallis Simpson

Wallis Simpson

Re Edoardo V e Wallis Simpson

Re Edoardo VIII e Wallis Simpson

Renèe Puissant

Renée Puissant

Nonostante i suoi 83 anni la ZIP di Van Cleef & Arples è ancora oggi un miracolo inimitabile di tecnica orafa.

La Maison progettò il gioiello nel 1938 ma, dal momento che furono necessari anni di studi progettuali e tentativi per riuscire a realizzare questo gioiello, la collana fu realizzata solamente molti anni dopo, nel 1950.

Si tratta di una collana trasformabile che replica il meccanismo della cerniera lampo e che può essere indossata sia come collana sia come bracciale, la chiusura infatti scorre verso l’alto e verso il basso proprio come la zip di un abito, permettendo alla collana di allungarsi e accorciarsi.

A dire la verità, prima di Wallis Simpson e Van Cleef & Arpels, la designer nostrana Elsa Schiaparelli aveva già creato una intera collezione ricca di sorprendenti zip, senza però riuscire ad eguagliare la complessità della collana della maison parigina.

La zip viene realizzata dalla maison in oro giallo, bianco o anche in platino, con pietre preziose o diamanti, Van Cleef and Arpels infatti ha creato numerose versioni dell’iconica collana, tutte egualmente straordinarie e incredibilmente preziose.

Van Cleef & Arpels - zip necklace

Marlene Dietrich: l’Angelo Azzurro

Marlene Dietrich: l’Angelo Azzurro

Marlene Dietrich: l’Angelo Azzurro

Immagina un Alfred Hitchcock attonito mentre si sente dire dal leggendario Angelo Azzurro in persona:

“No Dior, No Dietrich.”

Fu proprio quello che nel 1950 il famoso regista si sentì dire da Marlene Dietrich durante le trattative per il film “Stage Fright” (Paura in Palcoscenico): la diva avrebbe accettato di recitare in quel film solo se gli abiti fossero stati disegnati dalla famosa maison francese.
Non sappiamo come reagì Hitchcock , ma il regista dai modi sornioni accettò di soddisfare questa richiesta che a lui dovette apparire abbastanza stravagante.
Hitchcock, infatti,  sapeva bene che la presenza della diva, unita ad una certa percentuale di glamour da “haute couture”, non avrebbe fatto altro che contribuire a rendere il suo film un grande successo.

 Le donne erano affascinate da lei e gli uomini erano ammaliati dal suo fascino: spregiudicata, atea e dichiaratamente bisessuale,  dotata di un ambiguo erotismo androgino, fu il regista  Josef von Sternberg  a notarla e a sceglierla per il ruolo di Lola-Lola, la cantante di cabaret in calze nere a rete de L’Angelo Azzurro, film che la consacrò diva indiscussa e per cui Marlene Dietrich disegnò lei stessa i costumi.
Questo film sancì il sodalizio artistico tra la diva e il regista che la convinse anche a  farsi estrarre  quattro molari (!!!) e ad affrontare una dieta ferrea per ottenere un aspetto più “drammatico”.

La stampa di Berlino, subito dopo la prima della proiezione del film, l’aveva già proclamata una star,  ma l’attrice  si trovava già sul transatlantico che la portava in America, in fuga dalla Germania nazista.
Marlene Dietrich non tornò mai più nel suo paese natale e proprio per questo fu accusata di tradimento dai suoi compatrioti.

Durante la traversata oceanica Marlene incontrò il costumista Travis Banton, con cui iniziò una proficua collaborazione professionale che durò per tutta la sua vita.
Fu lui a scattarle la famosissima fotografia che la ritrae vestita da yachtman, una foto che venne poi diffusa dalla Paramount Pictures che defininì l’attrice come:
“La donna che perfino le donne possono adorare”.
 E pensare che proprio la Paramount aveva cercato invano di proibirle di indossare i pantaloni!
In quegli anni, infatti, per una donna indossare vestiti maschili era un atto davvero sovversivo.

Il suo successo, il suo carisma e il suo charme sono noti a tutti.
Pochi invece conoscono la passione per i gioielli che Marlene Dietrich nutriva sin da quando era piccola: la madre infatti possedeva, nella Berlino degli anni venti, una gioielleria nella strada più alla moda della capitale.
Nota anche per il suo gusto impeccabile, Marlene creò un vero e proprio fashion style dove i gioielli giocavano un ruolo fondamentale.

Fu una abile collezionista: molti dei suoi gioielli le furono donati da ammiratori o amanti oppure commissionati da lei stessa a gioiellieri di grande fama come Paul Flato, Fulco di Verdura, Mauboussin e Van Cleef & Arpels.
Marlene era l’eccezione, una mosca bianca che non passava certo inosservata nella Hollywood dell’epoca che, al contrario, prediligeva gioielli dal design sfarzoso che montavano enormi pietre (false).
La diva amava essere controcorrente e fuori dal coro, unica, imitata ma inimitabile, indipendente e sicura di sè, non esitava a rompere le convenzioni della sua epoca e a pensare con la propria testa. Dall’indossare i pantaloni al suo prendere le distanze dal regime nazista,dimostrò sempre molto coraggio nell’esprimere le sue opinioni e nel seguire le sue passioni.

Marlene Dietrich era così ossessionata dallo stile che spesso, prima di firmare un contratto per una nuova produzione pretendeva di scegliere personalmente i gioielli che avrebbe dovuto indossare.

Non furono rare le volte in cui fece ricorso alla sua magnifica collezione personale che è possibile ammirare in molti dei suoi film di grande successo.
Non si separava mai dai suoi gioielli neanche durante gli incontri con capi di stato e i personaggi celebri dell’epoca.

Nella sua collezione spicca un bracciale jarretière di rubini e diamanti che  fu commissionato dall’attrice alla maison di gioielli Van Cleef & Arpels.

Fu l’amico e collega del tempo Erich Maria Remarque a suggerirle di combinare per crearlo vari gioielli di sua proprietà, che vennero così fusi, combinati e lavorati  per creare questo pezzo unico, un iconico bracciale  considerato un capolavoro del design degli anni ’30.
Il gioiello fu sfoggiato dalla Dietrich non solo nelle svariate foto dell’epoca ma anche nei suoi film, tra questi anche il famoso  film di Alfred Hitchcock, indossato sopra i completi di Dior).

Ma nell´America dell´immediato dopoguerra, a conflitto terminato, il mood e l’atmosfera hollywoodiana presto cambiarono.
L’ostentazione del lusso non era  più appropriata e così Marlene, anche per ragioni di sicurezza, rinchiuse la sua collezione nella cassaforte di una banca.

Il periodo degli abiti sfarzosi, delle paillettes e dei diamanti per l’attrice era definitivamente terminato, complice anche una non proprio florida situazione finanziaria che la costrinse a vendere alcuni dei suoi gioielli.

Nel 1987, a 86 anni, Marlene Dietrich mise all’asta da Christie’s otto pezzi della sua collezione che furono venduti per un totale di 81.500 dollari.

La diva si spense  a Parigi nel 1992, all’età di 90 anni.
Della sua famosa collezione il gioiello più iconico e conosciuto è sicuramente quel famoso bracciale di rubini e diamanti, il capolavoro di Van Cleef & Arpels,  che fu venduto all’asta da Sotheby‘s per 990.000 dollari ad  un collezionista privato.

Solo i diamanti – e anche qualche rubino – sono per sempre.

La ragazza della Polaroid

La ragazza della Polaroid

La ragazza della Polaroid

Senza Maripol i crocifissi sarebbero ancora solo nelle chiese o appesi ai muri.
Non li avremmo mai visti ciondolare dalle catenine a pochi centimetri dall’ombelico scoperto, oppure ingigantiti, ostentati, purtroppo dissacrati, anche se impreziositi da una tempesta di Swarovski del valore di 2.000.000 di dollari.

Diciamola tutta: se non fosse stato per Maripol, Madonna non sarebbe stata neanche bionda.
Del resto la scelta dell’immagine per l’album Like a Virgin fu un vero colpo di genio.

Ma fu IL colpo di genio di Maripol, non di Madonna.
Fu il colpo di genio di un’artista francese, nata in Marocco e approdata nella New York super creativa degli anni ’80.

La Maripol di allora si chiamava in realtà Maripol Fauque, ma era conosciuta da tutti come “la ragazza della polaroid”.
Sì, perchè il suo accessorio preferito, indossato come una collana, era la mitica macchinetta fotografica istantanea da cui non si separava mai e con cui fotografava i personaggi alla moda che lei stessa aveva creato.

Maripol.
Quella che distrusse la moda per poi ricrearla da sé.

C’era lei dietro alle novità estetiche più cool, innovative e anticonformiste degli anni Ottanta, lei era la talent scout di artisti come Cher, Grace Jones, Keith Haring e ovviamente Madonna.

Ma era anche una straordinaria organizzatrice di eventi; le feste più iconiche di sempre della New York dalla vita notturna, febbrile e coloratissima di quegli anni si devono a lei.

Una New York che stava attraversando la transizione dalla disco degli anni settanta alla hip hop e alla new wave degli anni ottanta..

Maripol era l’icona dietro le icone che con la sua polaroid ci ha regalato un pezzo di storia newyorkese nel suo periodo più glamour e creativo, dove arte, moda e musica si susseguivano in un percorso circolare e che lei documentava anno dopo anno con la sua inseparabile macchinetta istantanea.

Ma torniamo a Madonna.

Fu Maripol a convincere la futura rockstar a non dar retta ai discografici che, per la copertina del suo singolo, volevano imporle un look molto italiano e molto dark: una vergine mora dalle labbra rosse.

Senza mezzi termini LEI le disse:

“Non se ne parla, ti fai chiamare Madonna, chi crederà che sei vergine?
Semmai dovrai dare l’idea di una che vuole rifarsi una verginità”.”

Sempre sua l’idea di vestirla con pizzi, calze strappate e smagliate e una pletora di crocifissi, catene e braccialetti in gomma.
Uno “stile” che influenzò milioni di adolescenti nel mondo..

Era nata un’altra Madonna, prepotente e trasgressiva, una Madonna che sapeva quello che voleva, che sapeva come prenderselo e che era destinata ad entrare nel mito.

Quando Zara e H&M non esistevano neanche come idea in fase embrionale, Maripol era già fermamente convinta del valore e delle potenzialità della fast fashion.
Fu sempre lei a capire, prima di chiunque altro, che l’identità di una popstar potesse diventare prodotto di massa.

“Credo nel mercato di massa, nei prezzi bassi.
Gli americani sono come agnelli, se sei un trascinatore ti seguono in massa.
Voglio che ogni ragazzina che ami Madonna possa permettersi qualcosa che lei indossa, voglio che si senta come se stesse comprando una parte di lei”.

Di Madonna, Maripol ha sempre detto:

“È una che ascolta, è intelligente, sa di chi fidarsi.”

E così quando Susan Seidelman scritturò la diva per il ruolo di protagonista in “Cercasi Susan disperatamente”, nel 1985, fu Maripol a “ordinare” a Madonna di intervenire sulla sceneggiatura e soprattutto sui costumi.

“È un’occasione unica, non puoi sprecarla”.

E nonostante le proteste della co-protagonisa Rosanna Arquette, oltre alla sceneggiatura, anche tutto il guardaroba – compresi gli accessori – venne rifatto e realizzato secondo i desideri della rockstar (e di Maripol).

Maripol era arrivata a New York nel 1976 a 20 anni, con l’idea di restare solo tre mesi e poi ritornarsene a casa. Restò invece nove mesi e quando finalmente tornò, la vecchia Europa non le sembrò più la stessa.

Dopo aver conosciuto la travolgente ed esplosiva energia creativa di Manhattan, il vecchio continente le sembrava pigro, sonnolento e insopportabilmente stantio.

Lei era stata alla corte di Andy Warhol, quando l’epoca della Factory era già passata.
La grande mela in cui era arrivata Maripol era una New York decadente, una bancarotta con la colonna sonora della disco music, che aveva appena scoperto una nuova droga: la cocaina.

Ma nel mezzo e nel mentre della città in decadenza, c’erano anche le feste più cool e più belle del mondo, come quelle del leggendario Studio 54 dove, se non si aveva il look adatto, non si entrava.

Lì, in una stanza appartata, Oliviero Toscani scattava le sue foto per Vogue. Lui ritrasse la ragazza con la polaroid con una gonna di raso nero che si era confezionata da sola.

Da brava stilista e designer aveva già capito come dettare mode e tendenze.

La svolta arrivò grazie alle sculture da indossare, gli accessori e i gioielli ricavati da materiale di scarto industriale che lei creava e che la condussero direttamente al genio creativo di Elio Fiorucci, simbolo di quella modernità metropolitana.

Lui le mise in mano un biglietto aereo con destinazione MONDO e le disse di tornare con idee e collezioni.

Fu l’inizio di un rapporto collaborativo durato anni, lei infatti divenne direttore creativo del mitico Fiorucci store di New York.

Marc Jacobs l’avrebbe incontrata solo decenni più tardi, e le avrebbe chiesto di realizzare per il suo brand una serie di accessori da mettere in vendita nelle boutique del Village.

Dietro croci e le provocazioni c’era sempre lei, Maripol,con la sua Maripolitan, l’azienda di design che la stilista aveva fondato dal momento che non riusciva a trovare accessori e vestiti che andassero bene per i suoi progetti artistici fotografici.

Cosa c’era di meglio se non crearseli da sola?

Madonna divenne la sua testimonial, la sua brand ambassador, molti dei pezzi indossati dalla rockstar divennero dei classici degli anni 80:  i braccialetti e crocifissi di gomma indossati per il video e la copertina di Like a Virgin divennero popolarissimi: non c’era adolescente al mondo che non ne indossasse almeno uno.

I fans non lo sapevano, ma all’ufficio immigrazione la cosa era ben nota e gli impiegati le rifiutarono più di una volta il visto di ingresso.

Nel 1986 fu Andy Wharol a scrivere personalmente al Bureau of Immigration:

“Maripol è una disegnatrice di talento che ormai è parte integrante della scena artistica e del fashion business di New York City”

così come fece anche Madonna.

Ma contro la burocrazia solo gli Studi Legali hanno il potere.

Quando Maripol riuscì finalmente a rientrare nel suo studio newyorkese scoprì che i suoi collaboratori l’avevano derubata di tutto: soldi, clienti e soprattutto idee. Non si perse d’animo e ricominciò daccapo come freelance.

Dopo aver chiuso la Maripolitan, Maripol continuò a il suo percorso nel campo artistico lavorando come stilista per i video di Cher, Mylène Farmer, Luther Vandross ed Elton John, disegnò anche una collezione di gioielli e t-shirt per Marc by Marc Jacobs.

Dior, Valentino, Hugo Boss e molti altri si avvalsero della sua collaborazione per scattare shooting e documentare le loro creazioni e le loro sfilate con la fedelissima Polaroid.

A distanza di anni i suoi scatti vengono ancora oggi esposti nelle mostre dei più grandi musei d’arte moderna e contemporanea al mondo: il MoMA, alla Fondazione Cartier, al Brooklyn Museum, al Museo d’Arte moderna a Parici e al  Guggenheim Bilbao.

La versatilità ci salverà

La versatilità ci salverà

La versatilità ci salverà

Di questi tempi rocamboleschi, per sopravvivere, non basta accontentarsi di avere un SOLO lavoro, i tempi sono diventati così fluidi e incerti che la versatilità e la capacità di saper fare più cose, unita a quella di arrangiarsi e reinventarsi, è sicuramente una marcia in più.

Questo era quello che stavo pensando, settimana scorsa, mentre scorrevo pensierosa articoli scritti da esimi economisti che prospettavano la perdita di moltissimi posti di lavoro, quando il governo dovrà togliere il blocco dei licenziamenti.

No, non ho intenzione di scrivere un post catastrofico o di jattura, questo vuole essere un post propositivo perché, come diceva Rossella O’Hara in “Via col Vento” c’è sempre una soluzione, CI DEVE ESSERE! .

La versatilità è una caratteristica che mi accompagna da tutta la vita, Se ripenso poi alla mia innata predisposizione a “fare questo”, ma contemporaneamente  “fare anche quello”, sembra quasi che io abbia cercato per tutta la vita di prepararmi a questa catastrofica eventualità.

Non è infatti un caso che io mi sia sempre definita una “slasher” termine che indica una persona che impegna il suo tempo e le sue energie in progetti differenti.

Lo slasher è:
• chi ha già un’attività ma ha anche un grande sogno nel cassetto da realizzare e decide di passare all’azione,  magari nottetempo, rubando tempo al sonno.
• chi sente l’urgenza del tempo come risorsa preziosa, limitata e non recuperabile, e allora decide di non aspettare il “momento propizio”, ma sceglie di crearselo da sé.

Io mi definisco “slasher” perché:
• lavoro (al momento, poi chissà cosa riserva il domani) in una grande azienda come esperta di comunicazione
• so suonare il basso elettrico e anche un po’ la batteria (ma siccome locali e sale prova sono ancora chiusi, al momento questa attività è “sospesa”. Anche se, devo essere sincera, non ho mai pensato di trasformare questa passione in una vera e propria professione.
• sono un’artista orafa. Negli anni mi sono trasformata da semplice appassionata a creatrice dei miei gioielli. Ho frequentato la Scuola Orafa, la sera, dopo l’ufficio, e diversi corsi di specializzazione. Eh .. sì.. ho il grande sogno di trasformare questa passione in un vero e proprio lavoro.

E tu? Quante cose sai già fare o vorresti imparare a fare?

Il diamante di Tiffany

Il diamante di Tiffany

Il diamante di Tiffany

Era il 1837 quando Charles Lewis Tiffany fondò la sua azienda a New York, acquistando per un centinaio di dollari il celebre negozio tra la 57a Strada e la Fifth Avenue, che diventò negli anni uno dei grandi tempi della gioielleria nel mondo.

Nei suoi 83 anni di storia Tiffany acquistò per i propri gioielli molte pietre preziose, rare e straordinarie.

Tra gli acquisti record del brand infatti si ricordano il leggendario Tiffany Diamond, uno dei diamanti fancy yellow più grandi di sempre e dal valore inestimabile, lo Smeraldo Hooker, di taglio quadrato da 75,47 carati, attualmente in mostra al museo Smithsonian di Washington e i Diamanti Mazarin, acquistati  all’asta dei Gioielli della Corona di Francia.

Il negozio di Charles Lewis Tiffany venne presto acclamato come la “casa dei gioielli” per le sue eccezionali pietre preziose.
Nel corso del secolo scorso, la sua fama crebbe in tutto il mondo grazie all’espansione della rete dei negozi e la fortuna di diventare protagonista, prima del romanzo di Truman Capote  e poi dell’indimenticabile film con Audrey Hepburn, “Colazione da Tiffany”.

Oggi Tiffany & Co., che si avvale della collaborazione di designer del gioiello come Paloma Picasso e Elsa Peretti, recentemente scomparsa, disegna, produce e commercializza gioielli, orologi e accessori di lusso in tutto il mondo. L’azienda conta oltre 14.000 dipendenti – tra i quali ci sono più di 5.000 artigiani qualificati che tagliano i diamanti e creano gioielli straordinari nei laboratori dell’azienda.

Ma la maison si appresta a battere anche i suoi stessi primati, infatti Tiffany ha annunciato la recente acquisizione di una incredibile gemma dal taglio ovale. un diamante da 80 carati, colore D, purezza IF di straordinarie dimensioni, il più grande mai proposto dal marchio.

Tiffany ha dichiarato di voler incastonare la pietra nella riedizione di un gioiello storico, l’Alba di un Nuovo Mondo”, una collana dalla spettacolare acquamarina centrale, di notevole dimensione, e diamanti dai tagli inconsueti.

Il gioiello originale ottant’anni fa incantò milioni di visitatori all’Esposizione Universale nel 1939 a New York, l’esposizione con il suo tema “Alba di un Nuovo Giorno” prometteva uno scorcio sul Mondo di Domani. Infatti, forte dei suoi oltre 44 milioni di visitatori intendeva ispirare il sogno di un domani più effervescente e migliore. Con l’esposzione della spettacolare collana la strada per l’apertura l’anno successivo del flagship store sulla quinta era ormai tracciata.

La nuova collana rieditata – che sarà invece la protagonista nel 2022 della riapertura dell’iconico store, dopo una importante ristrutturazione – «..riflette perfettamente la nostra tradizione di gioielliere di lusso di New York, il cui fondatore era noto come il ‘Re dei Diamanti’», commenta la responsabile del settore gemmologico di Tiffany & Co., Victoria Reynolds.

Victoria Reynolds sottolinea anche che «non c’è modo migliore di celebrare la riapertura che re-immaginare questa incredibile collana, uno dei pezzi più celebrati di Tiffany sin da quando abbiamo aperto per la prima volta le porte del nostro store sulla 5th».

Si tratta di un pezzo d’archivio riletto in chiave contemporanea e moderna, monterà al posto della grande acquamarina centrale l’eccezionale diamante ovale di oltre 80 carati, per celebrare quello che si preannuncia come un altro momento da ricordare nella storia del brand: esattamente come quello di quasi un secolo fa.

La nuova collana sarà quindi il capolavoro più costoso mai realizzato dalla maison, il favoloso diamante acquistato da Tiffany proviene dalle miniere del Botswana, in Africa, da una catena di approvvigionamento responsabile, tracciabile e sostenibile, sottolineando l’impegno del brand in questo senso, Tiffany è infatti la prima azienda del settore ad adottare tale politica.

Ma quale è allora il prezzo di tale gioiello da record?

Non è ancora dato sapere… non resta che segnare in agenda la data del suo debutto!

Collana Alba di un nuovo giorno - Tiffany
La collana originale del 1939
Alba di un Nuovo Mondo - archivio Tiffany